martedì 7 febbraio 2012

Gianni Bandini (Twilight Records | Widespread Magazine).

Questa volta tocca a Gianni, conosciuto come Bando, di parlarci un pò della sua esperienza in campo hardcore. Bando era infatti impegnato con Twilight Records prima e poi Widespread Magazine dopo, nonchè in un paio di gruppi.

Allora, io direi di iniziare un pò parlando di Twilight Records. Cosa era, cosa fece uscire e perchè il tutto si risolse in una bolla di sapone.
Twilight Records nacque a metà anni 90 dalle menti dei bolognesi Andrea Bassi e Marco Voltani. Solo una volta che il progetto era già ben definito chiesero la mia collaborazione; ed io accettai volentieri. La scelta delle band da pubblicare era prevalentemente la loro, com’era giusto che fosse dato che tra i tre io ero sicuramente quello che teneva meno pubbliche relazioni con il resto della scena (è una questione di carattere, io in genere sono sempre un po’ defilato). Facemmo uscire 4 titoli: il 10” degli AGEING “fragments”, che fu a mio giudizio la cosa migliore del nostro piccolo catalogo; poi il 7” omonimo degli SNOWFALL; il cd degli STELLAR ed in ultimo il 7” d’esordio dei PRODUCT in cooperazione con la GREEN RECORDS. Portare avanti un’etichetta per quanto piccola fosse era un gran impegno e richiedeva tempo e dedizione. I ruoli all’interno della label si definirono in automatico in base alle naturali inclinazioni di ciascuno di noi; per cui io finii ad occuparmi della realizzazione dei prodotti, dalla stampa dei vinili o CD, alla grafica degli stessi. Marco ed Andrea si occupavano, come dicevo prima, dei rapporti con le band, della distro, della promozione ecc. L’esperienza fu breve perché dopo gli entusiasmi iniziali, l’onere finanziario, da cui si riusciva a rientrare a stento, e il sempre maggior tempo necessario da dedicare all’etichetta ci spinsero a fare la scelta di chiudere il capitolo piuttosto che tirare avanti una cosa in cui sapevamo non avremmo messo più il 100%.


Hai nostalgia di quei tempi? Oppure sei uno di quelli che dice: "Sì ok è stato figo ma mai e poi mai ci ripenso".
Sai, dal momento che ho sì allentato la presenza, ma mai nettamente staccato la spina dalla scena hc per me è ancora una cosa che continua da allora senza interruzioni. Quindi il sentimento della nostalgia proprio è forse l’unico che non mi pervade. Certo negli anni 90 il mio coinvolgimento era totale, ora è più da semplice spettatore se escludiamo il mio piccolo impegno a recensire dischi sul blog “Ribelli a vita” di Ricky Signorini. Però dal momento che i tempi maturano, e le persone e le band cambiano fino ad avere un reale avvicendamento generazionale ci si sente naturalmente più distanti dalle nuove situazioni. Ma non a disagio, non per quanto mi riguarda almeno.


Poi venne Widespread Magazine. Stampato in 1000 copie, tipografia, foto e gruppi ultra fighi (almeno per me), Giangiacomo come socio, un'intervista a Rudy degli Indigesti che ancora oggi è leggendaria... Anni fa tu mi dicesti che in certi giri non riuscivate a piazzarla per via di un certo ostracismo verso una pubblicazione troppo professionale e amerrigana... Poi anche li puff, due numeri e finita pure questa esperienza...
Già… il gioco è bello finchè è breve verrebbe da dire… WIDESPREAD MAGAZINE fu un’idea partita proprio da Giangiacomo e da Matteo Di Giulio (che però si ritirò immediatamente dal progetto). Vorrei fare un piccolo passo indietro e ricordare che pochi anni prima, sempre con Giangiacomo ed un altro grande amico, Marco Salieri, avevamo fatto uscire due numeri di una fanzine chiamata DEAR JUSTICE (da un brano dei Fugazi), questa volta fotocopiata, in cui tra le altre pubblicammo un’intervista agli Integrity fatta durante la loro prima tournee italiana del 1992, ed una ai Warzone fatta per posta! Sia con la Twilight che con Widespread c’era come idea di partenza quella di realizzare prodotti più curati e “professionali” possibile, puntavamo cioè a fare proprio come le etichette e le fanzine ultrafighe americane. Perlomeno quelli erano gli intenti. Volevamo quindi fare un salto di qualità all’interno della scena italiana, che era a nostro giudizio poco ”appetibile” al mercato hc americano (che non dimentichiamoci era quello di riferimento assoluto), ma non perché scarsi in proposte musicali, ma perché deboli proprio come immagine. Widespread raccolse da un lato molti consensi, dall’altro molte critiche proprio per questa sua attitudine “esterofila” di presentarsi. Sai allora la scena hc era a compartimenti stagni: c’erano gli emo (screamo), i vegan, gli old school, quelli che ascoltavano solo hc melodico ecc. Ognuno con le proprie idee radicate, e poco accondiscendenti verso le altre fazioni. Era quindi naturale che una fanzine generalista come Widespread suscitasse umori contrastanti. Se prendi ad esempio l’estetica della scena emo dell’epoca, era praticamente l’opposto di come ci presentavamo noi. Anche se, paradossalmente, la finta “arte povera” a base di tutta l’estetica emo era molto più studiata (per inciso, producendo parecchi capolavori) di quanto fosse la nostra. Il nostro tentativo in verità non fu il primo in assoluto: pochi anni prima era uscito l’ultimo numero della fanza milanese “Linea Diritta”, che pure fu stampata su carta patinata e con interviste e contenuti molto interessanti! Quello fu un sicuro riferimento per noi... Comunque l’esperienza non ebbe un prosequio proprio perché il nostro impegno non ebbe sufficiente riscontro. E sai, ad uscire in perdita non vai avanti molto…. Ma tant’è che alla fine una parte del nostro scopo è stato aggiunto, e una piccola rivoluzione all’epoca l’abbiamo fatta se ancora oggi a distanza di tanti anni qualcuno ancora mi chiede di quella fanzine. Mi dispiace non ne sia mai uscito un terzo numero, se non altro per una bellissima intervista che feci ai WITH LOVE, allora forse la band di punta in Italia e non solo della scena emo, e che ancora oggi Nico Vascellari mi chiede di recuperare in qualche maniera. Era una bella intervista perché verteva su tutti quegli atteggiamenti molto criticati di cui la band era accusata, e c’erano delle belle risposte!


Secondo te, con i mezzi che abbiamo oggi ma con un pubblico che francamente molto spesso rasenta il ridicolo, saresti in grado di ricreare ciò che hai fatto in passato oppure è solo figlio del tempo che fu?
Viviamo in questo periodo un paradosso non da poco: di fronte alla moltitudine di opportunità che l’era digitale ci sta regalando, sia in termini di produzione che in termini di diffusione, sembra che l’effetto ottenuto sia il contrario del voluto: c’è una dispersione pazzesca ed una frammentarietà senza eguali. Negli anni 90 quando ancora non c’era internet ma si ragionava con le fanzine, le distro ed alcuni negozi di dischi specializzati (che furono fondamentali per il consolidarsi di una scena), se nel paesino disperso dell’Iowa usciva un 7” valido in tiratura di 500 copie si veniva sicuramente a sapere. Oggi tra Myspace, fb, blog vari nelle cose ci devi incappare quasi per caso. Se qualcuno riuscisse a convogliare ed ottimizzare questi grandi mezzi in un qualcosa di più organico e diretto, allora si riuscirebbe a ricreare ciò che dici tu. Ma al momento sembrano tutte gocce di un oceano. Mancano i network ed i punti di riferimento all’interno della scena hc. Una volta c’erano. Se oggi voglio vedere quali sono le nuove uscite discografiche, o quali nuove band, dove devo guardare? Dove devo cercare??? Questa è una questione fondamentale. Però riguardo ad atteggiamenti ridicoli che tu citi, vorrei puntualizzare che proprio negli anni ’90 toccammo il fondo con la scena vegan, ai cui concerti si assisteva ad un violent dancing da cerebrolesi, con quelle assurde mosse di arti marziali e calcioni volanti… che patetici!!!


L'hardcore si è decisamente evoluto (o involuto, dipendi a chi rivolgi questa domanda) nel corso degli anni. Per te è ancora importante e soprattutto ti ha lasciato qualcosa in come vivi, oppure è solo una serie di dischi da collezione messi in ordine su una mensola?
Beh, innanzitutto sottolineo che sono molto orgoglioso dei dischi della mia collezione… ma venendo alla parte importante della domanda per me l’hc è ancora uno dei motori trainanti della mia vita. Per tante ragioni: la più importante è che è la musica che adoro… ascolto anche altro, ma l’hc è sempre in pole position. Poi mi ha creato una serie di amicizie negli anni che a tutt’oggi sono rimaste e sono ancora solidissime. Persone con bellissime personalità la cui frequentazione è un continuo arricchimento. E l’hc in sé mi ha trasmesso come stile di vita una visione sempre molto critica e personale verso gli eventi della vita e dell’esistenza in genere, una presa di distanza da archetipi precostituiti che siano essi religiosi o sociali. Non penso che il funky o il metal possano avere lo stesso potenziale in questo senso qua.


Verso la fine degli anni 90, molta gente che ascoltava e viveva l'hardcore si è spostata verso altri tipi di suono come l'elettronica. Stessa cosa la visse la scena alla fine degli anni 80 con il passaggio al rap e alle posse. Come giudichi tutto questo? Effettivamente l'hardcore è solo una fase di passaggio?
Per molti sicuramente lo è, ma non per tutti. L’hc è storicamente un fenomeno molto legato all’età adolescenziale (e post) e al periodo della scuola. E quando sei adolescente o post adolescente tendi a vivere le esperienze del momento con tanta enfasi. Poi le fasi della vita si susseguono, i radicalismi si smorzano e a quel punto molti cambiano. Però in tanti di questi soggetti, che nella vita hanno presto o tardi abbandonato l’hc, rimane comunque un’impronta dentro e in genere si tratta di un imprinting positivo, raramente sento di dinieghi o di repulsioni totali per il proprio passato hc. Personalmente nelle mie fasi di vita, senza dovere mai abbandonare l’hc ho parzialmente abbracciato il rap (il brano “Stop al panico” degli ISOLA POSSE ALL STARS fu una folgorazione), la musica elettronica e diversi altri generi. Ma la differenza è che quella è musica che ascolto, non che vivo com’è invece per l’hc.


Ci si vede spesso ai concerti, si comprano ancora dischi ecc. La magia è sempre la stessa o siamo solo degli inguaribili nerd?
La magia si è molto affievolita perché la proposta musicale nell’hc odierno non è molto allettante. Quanti dei concerti che ti sei visto negli ultimi anni li consideri memorabili?? Certo per un ragazzo (o ragazza) che si affaccia nella scena hc per la prima volta oggi lo spirito sarà sicuramente molto più frizzante del mio, e questo si ricollega al discorso del salto generazionale che ti facevo prima. Ma permettimi uno slancio di presunzione da “uomo vecchio” dell’hc: colleziono dischi che vanno dal 1976 ad oggi, in certosina continuità, ed oggi la proposta è decisamente la meno intrigante tra tutte quelle prese in considerazione. L’hc si deve rinnovare. Non chiedermi come, ma è ora di un altro salto. Certo non facendone uno indietro, come va tanto di moda in questi ultimi anni dove si prende il peggio dell’hc anni 80 (mi vengono in mente i mediocri JFA tanto blasonati negli ultimi tempi) e lo si ripropone come fosse la crociata di redenzione per un ritorno alle origini. Bleach! Indietro non si torna. Ma per contro, se il nuovo deve essere rappresentato da una realtà come i FUCKED UP, che con i loro lp di lunghezza astrale fanno venire l’orchite ad un bradipo, e aggiungiamoci a peggiorare il quadro un cantante monocorde ed inespressivo, beh allora nemmeno li ci siamo.
Non mancano comunque le proposte valide, ad esempio l’ultimo lp dei PULLING TEETH “Funerary” rasenta il capolavoro, e realtà minori come GIVE e COLD STARE stanno facendo uscire dei bei dischi. Però sono davvero esempi sparuti.


Negli anni 90 la scena hardcore era fortemente politicizzata e questo dava luogo ad accesi dibattiti e confronti. Ora il tutto si è fortemente ridimensionato in favore di una certa frivolezza e menefreghismo diffuso. Tu come la vedevi negli anni 90 e come la vedi ora?
Proprio come la vedi tu. La domanda contiene anche la risposta. Si è passati da un periodo di forti contrapposizioni ed ideologismi come negli anni 90, dove però esistevano al pari anche importanti filoni creativi nei vari sottogeneri dell’hc, ai tempi odierni dove la cosa importante sembra solo quella di copiare da modelli del passato oramai assurti a semileggende. E’ un periodo di forte stagnazione: o la scena si rinnova, o è la volta buona che tira le cuoia.


Mi ricordo di un concerto al Confino di Cesena, con Product, Tear Me down, Last Man Standing e altri, in cui ad un certo punto il cantante dei Product disse che l'hardcore non era politica, mentre 20 minuti dopo il Sardo dei Tear Me Down espresse parere totalmente opposto. Eravamo presenti tutti e due. Io mi ricordo che dentro di me diedi ragione al Sardo. Tu invece come ti ponesti? E soprattutto, lo pensi ancora?
Bellissimo quel concerto dei TEAR ME DOWN. Allora ero allora totalmente in sintonia con l’affermazione di Sardo, e ancora lo sono. Ma è una mia visione, il che non significa che debba essere un dogma. Il punk e l’hc hanno sempre incorporato svariate anime, quella artistica, quella politicizzata, quella nichilista, quella filoreligiosa ecc. E nella politicizzata anche quella di destra (fortunatamente minoritaria), che piaccia o meno. Quindi pur trovandomi d’accordo con le affermazioni del Sardo per quanto concerne la mia visione personale dell’hc, devo però ammettere che l’opinione espressa dai PRODUCT non era per niente fuori dalla realtà e dalla storia.


Ultimamente si sono riunite un bel pò di vecchie glorie anni 80 e 90. Io generalmente non dò troppo peso alla cosa, vado a vederli dal vivo perchè magari ai tempi ero troppo piccolo. Tu invece che molti di questi gruppi li hai visti, che effetto ti fa?
Mi lascia abbastanza indifferente. Non mi creo mai aspettative, spero solo che suonino bene i loro brani. Ma a parte questo, non mi trasmettono niente di più. Per quanto possa essere stato bello il concerto di reunion dei GORILLA BISCUITS che vidi a Rimini pochi anni fa; oppure quello degli UNBROKEN che io e te abbiamo visto a Londra, una volta uscito dalla sala non mi sono portato dietro niente. Poi sempre meglio una bella reunion che una serata passata davanti a facebook. Se non altro per l’occasione di ritrovarsi con buoni amici. La cosa simpatica delle reunion è che spesso ci incontri personaggi più o meno storici che non vedevi da 15 o 20 anni, che magari stavano smettendo di andare ai concerti proprio mentre noi cominciavamo… quelli sì sono autentici flashback! Una considerazione che però spesso mi è sorta spontanea dopo quei concerti reunion, è un confronto tra quelle bands e quelle attuali, sulla capacità ormai persa di creare brani memorabili da cantare domani.


In un vecchio numero di Emphasys fanzine, redatta dai ragazzi dei Tempo Zero, c'è una tua lunga column riguardante il problema di scambiare dischi oltreoceano. L'ho riletta l'altro giorno e mi pare che le cose siano un minimo migliorate. Cosa mi puoi dire?
Oddio qui ci scappa la figura di merda e confesso che non ricordo di quella column. Ti do una risposta “laterale” dicendoti che oggi internet, ed i servizi ad esso collegati come Ebay e Paypal hanno velocizzato e semplificato notevolmente gli scambi e gli acquisti di materiale discografico e non. Prima di internet ti arrivava una lista a casa; se ti interessava qualcosa scrivevi al tipo indicando le tue richieste. Il venditore (o trader) ti inviava la richiesta di esborso , allora facevi un vaglia internazionale per inviare il denaro (o li spedivi cash in busta, quindi dovevi preventivamente aver scambiato dei dollari dalla banca), e una volta che il venditore aveva ricevuto il denaro (ci voleva anche più di un mese) ti mandava i dischi. In tutte queste fasi dovevi poi affidarti alla buona sorte, visto che non avevi modo di inviare email al venditore per eventuali solleciti. Oggi internet ha azzerato molti di questi noiosissimi passaggi, ma però ha ufficialmente lanciato un mercato, con conseguente aumento dei prezzi. Come sempre ogni novità porta in se pro e contro.


So che per un pò di tempo hai pure cantato in un gruppo...
In due per la precisione: nei primissimi anni ’90 negli X-POINT di Imola, dove Giangiacomo suonava il basso e io appunto cantavo. Eravamo una straight edge band in erba, ma durammo il tempo di un lampo: pochi concerti, nessun demo inciso e ci sciogliemmo davvero in fretta. L’unica cosa notabile di quell’esperienza è che una sera dovevamo suonare a Faenza di supporto agli inglesi LEATHERFACE, che però diedero bidone e non si presentarono. Quindi suonammo solo noi. E facemmo pena.
L’altra band invece fu un po’ più concreta, e parliamo dei COSA NOSTRA. Qui ci spostiamo ai primi anni 2000, e come baricentro Bologna. I C. Nostra erano una cover band che riproponeva in chiave personale i classici hc anni ’80 italiani, rigorosamente cantati in italiano. Eravamo in sette, di cui tre cantanti che ci alternavamo all’interno di ogni brano. I personaggi erano un po’ tutti nomi noti all’epoca, ed anche oggi mi verrebbe da dire. C’era gente degli IVORY CAGE/ SUMMER LEAGUE, altri dei SUMO; poi Marco della Twilight ed Enrico di Atlantide.
Anche in quel caso facemmo pochi concerti, tutti tra Imola e Bologna, ma fortunatamente riuscimmo ad incidere almeno un brano prima di sparire: la cover “Nichilistaggio” dei NABAT per la compilation CD “What the hell we are still doing here” del 2003 su RUMBLE FISH; brano recuperabile da Youtube con una semplice ricerca. L’esperienza dei C. Nostra durò l’arco di qualche mese, ma fu molto positiva. Ricordo in particolare un concerto che tenemmo ad Atlantide con una bella partecipazione di pubblico. Ci sciogliemmo perché mettere insieme sette anime, che vivevano a distanze non proprio trascurabili l’une dalle altre, era diventata impresa impossibile. Non ci si riusciva mai a mettere d’accordo sui giorni delle prove; col risultato poi che quando si andava a suonare in pubblico si facevano troppe stecche clamorose.


Grazie mille per il tuo tempo. Se ti va aggiungi ciò che vuoi.
Un ringraziamento a te per questa bella opportunità è più che dovuto. Detto questo aggiungo un po’ di rammarico nel vedere come oggi ci si ostenta hardcore… pure qui sono saltate fuori le divise, ma non da oggi bensì dai primi anni ‘90: le scarpe di certe marche, così come i jeans… poi i tatuaggi di ruolo, il taglio di capelli cool... Troppo. L’unica estetica caratterizzante dell’hc sono le T-shirt autoprodotte dai gruppi (o dalle labels); quella è un’autentica esternazione dello spirito hc che dalle origini arriva ad oggi, con la sua creatività, i suoi messaggi. Mica le scarpe della Vans

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