domenica 9 settembre 2012

Enrico Manicardi | Infezione.

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Intervista a Enrico Manicardi, già chitarrista di Infezione, membro del Circolo La
Scintilla e autore di due libri editi da Mimesis Edizioni. A cura di Alessandro Ferri.

Direi che possiamo cominciare introducendo il tuo nuovo libro appena uscito per Mimesis Edizioni, L'ultima era. Temi trattati, continuità col precedente Liberi dalla civiltà...
L'ultima Era (Mimesis, 2012) analizza la civilizzazione come fenomeno patologico: dalla sua comparsa, 10.000 anni fa, fino agli effetti disastrosi che produce sul nostro presente. È un testo diviso in tre parti: la prima guarda alle nostre misere condizioni attuali, la seconda a come stavamo prima dell'avvento della civiltà e la terza immagina qualche soluzione possibile per cominciare a decivilizzare la nostra vita. Credo sia un contributo capace di stimolare tutti quegli spiriti liberi che sono interessati a chiedersi quali siano le cause della crisi ecologica e sociale che ci divora.

Essendo ormai diversi anni che leggo testi su primitivismo e idee correlate, e avendone trattato più volte anche attraverso la mia (web)zine di allora non ho potuto che apprezzare molto il fatto che sia stato realizzato un libro come Liberi dalla civiltà, per di più in italiano (unico "difetto tecnico" se mi
posso permettere, potrebbe essere la lunghezza, che rischia di scoraggiare qualcuno, magari poco allenato alla lettura, ad affrontare il volume, anche se allo stesso tempo non saprei bene cosa si potrebbe "tagliare"). Se puoi fare una specie di bilancio, sia per quanto riguarda la circolazione del libro che sulla quantità e tipologia dei commenti ricevuti.

I riscontri che sono seguiti alla pubblicazione di Liberi dalla civiltà sono stati
semplicemente inaspettati. Ancora oggi sono chiamato a presentare le idee anti-civ. in convegni, presentazioni, dibattiti. Ancora oggi ricevo lettere di persone che hanno letto il libro e che vogliono mettersi a disposizione per cambiare se stesse e per contribuire in qualche modo a questa battaglia per il Vivente. Io stesso, sul mio sito (www.enricomanicardi.it), nella sezione “contatti e collaborazioni”, ho lanciato un appello alle persone di “buona volontà” per unire le forze, la creatività, la sensibilità in favore di questa grande rivoluzione: abbiamo la possibilità di cominciare a porci le domande giuste su ciò che provoca lo stato di estraniazione e miseria che affligge il cosiddetto “mondo ricco”, ed è ora di guardare in faccia alla realtà invece di lasciarsi sempre trasportare dalla corrente. Dipende solo da noi!

Gli argomenti che tratti nei tuoi libri sono fortemente legati alle teorie portate avanti da John Zerzan, il quale ha anche scritto la prefazione a “Liberi dalla civiltà” e ha fatto diverse apparizioni alle presentazioni di quel tuo precedente volume. Come sei venuto in contatto con lui e come si è sviluppata questa collaborazione?
Ho conosciuto le idee di John attraverso i suoi libri, negli anni '90. Poi quando venne per la prima volta in Italia, nel 2002, con i ragazzi del Circolo anarchico LA SCINTILLA riuscimmo ad organizzare una sua data a Modena. Personalmente lo
conobbi allora. Poi siamo sempre rimasti in contatto e quando decisi di scrivere un testo che raccogliesse in maniera organica le tesi di critica radicale alla civilizzazione (“Liberi dalla civiltà”, appunto) ne fu entusiasta e si rese disponibile a farmi la prefazione. John è una persona deliziosa, oltre che un pensatore anarchico acutissimo e di grande sensibilità.

Pensare di arrestare il processo di civilizzazione, e quindi di cementificazione, inquinamento, distruzione ambientale a livello globale, purtroppo, riesce veramente difficile immaginarselo, vista la disparità di forze in campo (o almeno non in tempi utili, prima che sia troppo tardi,
insomma). Obiettivi realisticamente raggiungibili possono comunque essere piccoli (microscopici, in confronto allo scenario globale) risultati a livello personale. Perdona il mio cinismo, ma è sempre stato il mio problema da quando affronto queste tematiche: la mancanza di proposte alternative realizzabili che escano dall'utopia per entrare nel concreto... insomma, la domanda è quella che
poni a pag. 512 di “Liberi dalla civiltà”, e cioè: "cosa possiamo fare?" oltre a togliersi la soddisfazione, per quanto capisco essere effimera, di poter dire: sono nato e vissuto in una gabbia, non ho forse nessuna possibilità di uscirne (anche perché forse sarebbe solo un passare da una gabbia a un'altra, magari pure peggiore)... ma almeno lo so!

Non credo che sia un fatto di poco conto quello di comprendere che siamo tutti in
gabbia, che siamo tutti sistemati all’interno di una grande tecno-locomotiva che corre all’impazzata verso il precipizio. Le persone, in genere non si rendono conto di questo, credono di essere libere, di essere fortunate a vivere nel mondo artificiale in cui viviamo. Comprendere che la situazione è al limite del collasso e che ci riguarda tutti in prima persona non è irrilevante. Certo, fermare la Megamacchina (la tecno-locomotiva) è l’obiettivo che dobbiamo perseguire e non vi è dubbio che sia un obiettivo molto ambizioso; tuttavia, non mi pare per nulla microscopico riuscire a cogliere la gravità della situazione e, intanto, cominciare a scendere dal treno. In fondo, sarebbe come pensare che siccome l’anarchia non esiste, avere idee anarchiche non serva a nulla. Anche se il mondo di oggi è tutt’altro che anarchico, io vivo i miei rapporti da anarchico, tesso relazioni libertarie, mi godo gli spazi di azione che conquisto insieme a coloro che condividono con me un certo modo di vedere le cose. Voglio godere di relazioni sensuali e libere, non autoritarie; preferisco il principio del piacere al senso del dovere; guardo alla sostanza delle cose più che alla loro forma; mi curo di vivere con gioia il presente invece di proiettare sempre tutto in un domani che non arriva mai; cerco ogni minima e possibile connessione con il vivente invece di separarmene in continuazione attraverso la mediazione di macchine, esperti, servizi. Insomma, anche se l’anarchia non esiste, il fatto di essere anarchico non è per me una consolazione, ma ciò che mi consente di provare a vivere la mia vita nella maniera più consona alla mia natura. Lo stesso vale per ogni altro aspetto della mia sensibilità. Sono critico verso la civilizzazione perché è la civiltà che mi ha messo in questa gabbia, in questo treno che corre verso il baratro; e se non mi è oggi possibile fermare da solo il treno, cercherò almeno di condurre la mia vita in modo tale da poter essere sceso del tutto quando questo si schianterà. Non è una consolazione, ma una necessità.

Arrivati a questo punto bisogna prendere atto di avere a che fare col fatto che non ci sia un "fuori" dalla civilizzazione, ma solo un "dentro". Ogni chilometro quadrato di terra anche solo lontanamente vivibile dal punto di vista umano, è sotto il controllo e le leggi di una o dell'altra nazione, e non c'è nessuna possibilità concreta di smarcarsi da questa situazione. Come fare
quindi per mettere in pratica stili di vita alternativi senza essere comunque dipendenti da tutte quelle attività umane che ci si propone di criticare?

Il nostro problema è proprio nella dipendenza dalla Megamacchina e dai suoi rimedi spettacolari. Dobbiamo liberarci da questa dipendenza perché più ne saremo legati, più saremo costretti a difendere la Megamacchina (e cioè la civiltà) invece che noi stessi. Pensiamoci un momento: nel mondo civile non facciamo più niente con le nostre mani, con le nostre gambe, con la nostra testa perché ci sono le macchine che lo fanno per noi; non ci muoviamo più, non ci incontriamo più (se non virtualmente, su internet), non ci tocchiamo più (salvo che per spingerci, stuprarci, picchiarci per ragioni sempre più stupide o perderci in inutili convenevoli di facciata). Per mangiare dipendiamo delle forniture alimentari dei centri commerciali; per vivere dipendiamo dalla
somministrazione di acqua, gas, elettricità, e dai diktat di chi fornisce il servizio; per il nostro sostentamento siamo in totale balia del denaro, e della conseguenteschiavizzazione lavorativa che ne deriva. Persino per ciò che riguarda la nostra salute siamo continuamente espropriati della capacità di comprendere i nostri stati interiori e ormai dipendiamo dall’assistenza sanitaria e dagli stregoni della Medicina col loro potere e il loro business. Insomma, nel mondo civilizzato siamo diventati dei disabili. O come diceva qualcuno, “siamo come dei polli in batteria: se qualcuno interrompe il flusso del mangime, siamo morti”. Allora, se c’è qualcosa che possiamo fare subito è cambiare radicalmente direzione: invece di diventare sempre più schiavi dei rimedi della civilizzazione, dobbiamo recuperare autonomia, ritornare ad essere capaci di sentire, di fare, di desiderare, di agire. Non è vero che esiste solo un “dentro” la civiltà, esiste anche un “fuori” che è innanzitutto nella nostra testa. Siamo noi che siamo convinti che non ci sia più alcuno scampo, perché è questo che ci fanno credere riempiendoci la testa con la loro propaganda totalizzante. Ma è un bluff, un trucco ideato per scoraggiarci. Certo, il Mostro è grosso ed invadente, ma la vita non è tutta in loro possesso, l’invasione civilizzata non è perfezionata del tutto, ed è nelle tante piccole e grandi crepe di questo universo artificiale che si possono scorgere i margini per una nostra concreta forma di Resistenza: autonomia, autosufficienza, auto-sussistenza, autogestione...

Un altro problema di cui tenere conto è l'irreversibilità dei danni causati dalle attività umane: parlando di inquinamento, cementificazione e via dicendo, siamo ormai ad un punto in cui è forse già troppo tardi per poter sperare di rimediare, e "tornare indietro" non sembra più una possibilità effettiva (a questo proposito mi collego agli scritti di James Lovelock, o ad esempio a un
testo come “Il mondo senza di noi” che spiega come gli effetti dell'inquinamento proseguirebbero per tempi lunghissimi o in certi casi per sempre anche nell'ipotetica situazione in cui gli uomini sparissero dalla Terra domani mattina). Come muoversi quindi, tenendo presente tutto questo?

Sono felice che ti chieda come fare a muoversi tenendo presente il degrado che l’essere umano civilizzato sta imponendo alla Terra, perché, come dicevo prima, “muoversi” non è una consolazione ma una necessità. Non credo che si sia già raggiunto il “punto di non ritorno”. La devastazione avanza a grandi falcate, non c’è dubbio, ma la capacità che ha la Terra di resistere a quella scoreggia malriuscita che è l’essere umano civilizzato è enorme. D’altra parte la Megamacchina va fermata, non ci sono altre soluzioni. Ecco perché mi batto non solo contro il Sistema, ma anche contro tutti quei finti oppositori del Sistema (si fanno chiamare “alternativi”) che ingannano le persone con i loro sermoni pseudo-ecologisti finalizzati solo a preservare tutta la merda che c’è, migliorandola un po’: vogliono l’economia, ma sostenibile; vogliono la politica, ma democratica; vogliono la tecnologia, ma a basso impatto ambientale; vogliono la protesta, ma senza protestare sul serio… Insomma, vogliono la Megamacchina, ma buona. Non si occupano dunque di fermarla questa Grande Locomotiva, la difendono e sperano che essa continui a correre più lentamente, più democraticamente, più ecologicamente. Non esiste un’economia che sia sostenibile perché l’economia è l’espressione della devastazione produttivista del mondo civile e dell’esaurimento dei rapporti sociali tra gli umani che la praticano; non esiste una democrazia più giusta di quella oggi presente nel mondo perché democrazia vuol dire potere (potere del popolo) e ogni forma di potere è, per definizione, l’istituzionalizzazione stessa dell’ingiustizia; non esiste poi una tecnologia a basso impatto ambientale perché la tecnologia è prodotta col lavoro schiavistico di migliaia di persone, a cominciare da quelle costrette in miniera 16-18 ore al giorno per estrarre coltan, silicio, terre rare, bauxite e tutti gli altri elementi necessari a creare i nostri cellulari, i nostri forni a microonde, i nostri Ipad, Ipod, Iphone e chi più ne ha più ne metta. Occorre insomma aver chiaro che la civiltà non può essere preservata, non può essere tollerata, non può essere accettata in qualche modo: tingere di verde le aberrazioni che essa promuove non ci libererà dal suo fardello. Ci dobbiamo liberare dalla civiltà, e finché non lo faremo ne resteremo mestamente sottomessi.

Trovo una certa idea della vita dell'uomo pre-civiltà forse eccessivamente "romantica". La vita dell'uomo primitivo era certamente più in armonia con la Natura e in ultima analisi, più libera, ma ho il dubbio che non ne avesse la consapevolezza (l'episodio delle popolazioni che rifiutano gli aiuti umanitari post-tsunami e che tirano frecce contro l'elicottero è suggestivo, ma la mia impressione è che non abbiano "rifiutato la civiltà" dopo accurate analisi che non sarebbero mai in grado di fare, ma semplicemente per paura di qualcosa che non conoscono. Poi, per sapere che fine fanno i popoli che affrontano gli elicotteri con le frecce, rimando al libro di Jared Diamond "Armi, acciaio e
malattie"...). Consapevolezza che deriva necessariamente dalla cultura, mezzo che ti permette di capire il "perché" del fare le cose, e si può capire come da un certo punto in avanti l'uomo (via via che si sviluppava il cervello) non potesse più accontentarsi di un'esistenza fatta semplicemente di raccolta del cibo e poco altro. La mia opinione è che la cosa gli sia poi sfuggita di mano
senza rendersene conto e che tuttora non se ne renda conto, o quantomeno non abbia la minima idea di come fare a saltarci fuori...

Noi che siamo individui culturizzati attribuiamo alla cultura tutti i meriti della natura, eppure Cultura e Natura sono luoghi semplicemente opposti. Non è assolutamente vero che solo la cultura possa darci consapevolezza, tanto è vero che i primitivi che per almeno 2,5 milioni di anni rifiutarono di praticare l’agricoltura preservando il loro stile di vita libero e selvaggio erano ben consapevoli degli effetti che essa avrebbe innescato, e vi resistettero proprio per quello. Essi non avevano alcuna cultura che li supportasse in questa comprensione perché avevano molto di più: avevano sensibilità aperta, intuito vivo, istinto a pieno servizio, sesto senso, buon senso e tutto quello che il nozionismo astratto portato dalla cultura ci toglie progressivamente. La questione non è come si forma la consapevolezza, ma avercela. E noi civilizzati, che siamo
iperculturizzati, titolati e dottorati, siamo infatti proprio quelli che l’hanno meno di tutti... Pensare poi che la vita primitiva fosse fatta solo di raccolta di cibo e poco altro spiega molto bene quanto il nostro condizionamento civilizzato c’impedisca di comprendere che la civiltà non ci ha arricchito la vita, ma ce l’ha resa vuota, triste, scontrosa, tossica, tetra.
I primitivi che cominciarono a praticare l’agricoltura, circa 10.000 anni, fa non lo fecero perché scontenti della loro esistenza, siamo noi individui civilizzati che siamo sempre più scontenti di stare in questo contesto artificiale che abbiamo edificato radendo al suolo una natura viva, e rincorriamo ogni nuova fesseria per sperare di dare una tregua a un’esistenza che ha sempre meno senso, che si trascina forzosamente per routine e ripetitività. I primitivi che cominciarono a praticare l’agricoltura non lo fecero per noia, ma perché costretti purtroppo da qualche necessità (il clima sostengono alcuni antropologi, l’avvento della cultura simbolica sostengono altri). Sapevano benissimo a cosa sarebbero andati incontro e vi resistettero il più possibile; e quando furono obbligati ad entrare nel vortice trita-mondo della mentalità reificante portata dall’agricoltura lo fecero con l’auspicio di tirarsene fuori prima possibile. Quelli di loro che non vi riuscirono (perché molti invece riuscirono a ritornare alla raccolta e allacaccia) formarono la base d’appoggio di quella neoplasia che si chiama appunto civiltà: un processo che si alimenta da sé e che si espande sino alla morte del paziente.
La civiltà non è l’effetto di quella che viene considerata come l’”evoluzione umana” (tanto è vero che ancora oggi, nel mondo, molti umani non la praticano e vi resistono), ma è un processo che si è espanso come un cancro per conquista militare, devastazione e schiavizzazione. Il senso del libro di Jared Diamond che hai citato tu è proprio questo: la civiltà produce città, potere gerarchico, lavoro, armi, acciaio, malattie che sono gli strumenti migliori per estendere militarmente la civiltà ovunque.
Fino al collasso di tutto. L’avvento della civilizzazione, insomma, non è stato unpassaggio dovuto allo sviluppo del cervello umano, ma un dramma al quale - alla fine - siamo stati tutti soggetti con la violenza. C’è forse qualcuno di noi che ha scelto di nascere in un mondo inquinato, aggressivo, esaurito relazionalmente e sull’orlo del collasso? La cosa tragica è che questo dramma non si ferma nemmeno davanti all’imminenza del collasso, perché il suo fine è il collasso.La vita primitiva non era un Eden, ma era una vita che valeva la gioia di essere vissuta perché ogni individuo disponeva di se stesso in modo pieno ed autonomo: non era stato privato delle proprie abilità di genere e messo alla mercé di una macchina o delle decisioni di un governo. Sapere che la propria esistenza è nelle proprie mani e non in quelle della valutazione fatta dall’esperto di turno è ciò che distingue una vita libera da una costretta al guinzaglio di chi l’amministra. Noi non siamo liberi!!!

Nei tuoi scritti alcuni termini ricorrono spesso, analizzati sotto una luce diversa da quella che la gente è abituata a considerare, mi riferisco ad esempio a concetti quali "proprietà'" (punto di partenza di tutto il processo di civilizzazione, circa diecimila anni fa), "lavoro" (peggiore invenzione
dell'uomo di sempre, rovinandosi la vita con le sue stesse mani!), "tempo" (in relazione all'esistenza umana). Saresti in grado in poche parole di introdurre questi concetti a chi appunto non avesse mai letto nulla a proposito?

In poche parole è impossibile, ma ci proverò: l’avvento dell’agricoltura, che è
considerato il punto di partenza della civilizzazione, ha innescato una serie di effetti disastrosi a catena di cui ancora oggi portiamo il carico insopportabile sulla schiena. Il primo regalino che la pratica della coltivazione ha consegnato all’umanità è stato il “lavoro”. Ridurre la terra a fattore produttivo vuol dire, prima di tutto, metterla a frutto, ma perché la terra possa essere messa a frutto (sfruttata) occorre lavorarla. Noi che
viviamo condizionati dal ricatto del lavoro, costretti a venderci quotidianamente in cambio di quel denaro col quale comprare tutto ciò che non siamo più in grado diprocurarci da soli, pensiamo che il lavoro sia qualcosa di inevitabile, che ci sia sempre stato. Non è così! Il “lavoro”, inteso come attività regolata e separata dalla vita, nasce appunto con l’agricoltura. Prima della sua comparsa esso non esisteva, e i membri delle comunità primitive godevano (e godono ancora oggi) di un’esistenza completamente affrancata da obblighi di produzione, da fatiche imposte, da malattie professionali e da tutta quella merda che gira in ogni luogo di lavoro (cartellini da marcare, ordini darispettare, pratiche assurde da eseguire…). Lo stesso vale per la proprietà privata, che deriva direttamente dal lavoro agricolo. Infatti, siccome coltivare la terra è un lavoro molto faticoso, chi coltiva è costretto a difendere il risultato del suo lavoro.
Hai mai visto un campo coltivato che non sia adeguatamente recintato e protetto? Il concetto di “proprietà” nasce proprio come sviluppo dell’agricoltura. Così come l’idea del tempo che abbiamo oggi. Noi, infatti, pensiamo al tempo come a qualcosa che si sviluppa su di una linea retta che va dal passato al futuro attraverso flussi circolari che ritornano su se stessi (l’anno solare). Si tratta di una costruzione culturale del tutto priva di alcun valore in natura, una costruzione funzionale solo alla perpetuazione di una società produttivista, e cioè fondata su cicli produttivi che impongono un lavoro a tutti e la devastazione della natura concepita come “risorsa”.
È solo credendo al “tempo” che si può arrivare a credere al mito del Progresso, al
“futuro migliore” o al fatto che il tempo lo si possa “perdere” e cioè che sia qualcosa di paragonabile al denaro (il tempo è denaro). I primitivi non credono al tempo (come lo intendiamo noi), essi vivono nell’”adesso”, proprio come fanno anche i civilizzati quando si divertono. Il problema è che i civilizzati non si divertono più: sgobbano, corrono, producono e riproducono i modelli della loro alienazione…

Spesso è inevitabile riscontrare una difficoltà oggettiva a trattare certi temi con gente che non è preparata a recepirli, anche solo per il fatto di non essersene mai interessata prima. Daniel Quinn in un capitolo di "Beyond civilization" consiglia semplicemente di lasciare perdere, in quanto una
discussione con persone che non hanno gli strumenti per sostenerla non porta da nessuna parte e rischia di essere una perdita di tempo quando non addirittura controproducente. Tu cosa ne pensi, avendo parlato (come ho potuto constatare di persona) anche in ambiti, diciamo così, non molto semplici da questo punto di vista?

Parlare, scrivere, confrontare opinioni, ascoltare gli altri non sono mai attività inutili. Anche se a volte sembra di parlare al vento, può sempre esserci uno spirito vivo ad ascoltare. E ogni individuo è fondamentale: pensa se non ci fossi stato tu a farmi questa intervista, o io a rispondere, o la persona che ora sta leggendo queste nostre considerazioni… D’altra parte, se qualcuno ritiene di non essere interessato a certi argomenti può sempre decidere di fare altro. Spesso, però, accade il contrario: si ascolta un qualcosa che non si conosceva e che c’incuriosisce, e allora si ha la necessità di approfondire, di comprenderne di più, di capire meglio.
La curiosità è sintomo di intelligenza, e anche nel mondo appiattito dalla tecno-cultura gli esseri umani restano soggetti dotati di intelligenza.

Zerzan, sempre riferendomi alla prefazione di “Liberi dalla civiltà”, ricorda come sarebbe il caso di lasciarci alle spalle le contrapposizioni basate sulle ideologie del '900 per affrontare i problemi a cui siamo di fronte con un approccio più attuale ed efficace. C'è qualche possibilità che questo
avvenga o alla fine la gente si trova più a suo agio nelle solite vecchie divisioni destra/sinistra, quantomeno per una questione di pigrizia mentale?

Credo che ormai sia chiaro a tutti che la Sinistra non è diversa dalla Destra. Vuole le stesse cose della Destra, utilizza gli stessi mezzi e persegue gli stessi fini. Se vogliamo che le cose cambino veramente dobbiamo cambiare radicalmente mentalità e cominciare a vedere non solo la Destra come un pericolo, ma anche la Sinistra. Perché la civiltà, e la devastazione sociale ed ecologica che essa espande, non distingue tra Destra e Sinistra, ed è foraggiata, difesa e glorificata da entrambe…

Dalla metà degli anni '80 hai fatto parte del gruppo hc/punk Infezione, con all'attivo due LP e un demo (anch'esso poi ristampato in vinile un po’ di anni fa). Qualche ricordo di quella esperienza, concerti in particolare che ti ricordi? Ascolti ancora i dischi di quel periodo, vai ancora a qualche
concerto? Che impressione hai a proposito dei vecchi gruppi che si riformano (se non sbaglio anche voi avete fatto alcuni concerti alcuni anni fa) e del fatto di ristampare le loro discografie? (nessun progetto in questo senso per quanto riguarda Infezione?)

La controinformazione musicale è stata una parte molto importante della mia vita. Per più di dieci anni (dal 1981 al 1993) ho suonato un po’ dappertutto: era il tempo dei Centri Sociali Autogestiti che nascevano ovunque, in Italia e all’estero. Tanto è stata importante quella esperienza che qualche anno fa (2006) ricomponemmo il gruppo e facemmo un paio di date. Non so cosa farò nel mio futuro, ma per ora sono così oberato d’impegni e di progetti che la musica non riesce a farvi parte. Sono al corrente del fatto che ci sono gruppi musicali che diffondono tematiche anti-civ., e questo è un bene. Quanto alla ristampa di vecchie discografie, dipende sempre dall’intento: se è quello di spezzare il mercato “nero” dello sfruttamento economico di dischi divenuti introvabili, l’intento è nobilissimo e va sostenuto in tutti i modi possibili.

È sempre la religione "l'oppio dei popoli" o ultimamente è stata soppiantata da altre cose che esercitano più attrattiva tra la gente dei nostri tempi, come la televisione, le tecnologie moderne, il calcio, il consumismo sfrenato, la ricerca dell'accumulo di denaro a tutti i costi... o magari l'oppio stesso (inteso come "droghe" in generale, mai così diffuse come ora)?
È vero, nei secoli scorsi per superare la frustrazione portata dal mondo civile non c’erano molti diversivi, e la religione la faceva da padrone: riusciva a indurre il popolo ad accettare il ruolo di schiavo del sistema, distraendolo dalla possibilità di prendere coscienza di quella condizione insopportabile.
Oggi la frustrazione non solo non è diminuita, ma è dilagata e dunque si sono diffusi anche gli “strumenti di distrazione di massa”, come li chiama Sabina Guzzanti. Sono d’accordo con te: oggi non c’è solo la religione a fare da oppio dei popoli (con il suo stuolo di culti new age) ma anche la tecnologia, la televisione, la pornografia, il gioco d’azzardo, il consumo di oggetti e di persone, l’accumulo di denaro e di cose, il calcio (e lo sport competitivo in genere)… E poi ci sono le tante nuove droghe che non hanno bisogno di metafore per dichiarare a tutti la loro funzione di anestetizzante sociale.

Centro sociale LA SCINTILLA. Importanza di avere spazi autogestiti che cercano di muoversi e di sopravvivere al di fuori delle solite logiche di mercato. Se hai qualche ricordo di come iniziò il progetto e come si sviluppò in seguito, e magari di un concerto o un'iniziativa in particolare tra quelle organizzate negli anni.
Il circolo anarchico LA SCINTILLA esiste dal 1986. È uno spazio occupato e
autogestito ove è possibile promuovere una logica di vita opposta a quella stabilita dal mondo civile. Intendo dire una logica diversa non solo dal punto di vista commerciale, ma anche da un punto di vista umano, relazionale, conviviale, politico. Insomma, una logica diversa da tutti i punti di vista, compreso quello della “cultura dello sballo” che invece purtroppo coinvolge tanti alternativi, e che rientra a pieno titolo tra i sistemi di anestetizzazione sociale di cui si diceva prima.
Sono almeno tre le generazioni di persone che si sono succedute nella gestione del
posto, e questo dimostra non soltanto che il posto è vivo, ma che in esso non esistono capi, factotum, direttori generali o autocrati di sessant’anni travestiti da giovani libertari.
Sono tanti i ricordi che in questi 26 anni mi uniscono al progetto della Scintilla: ricordo le tante campagne organizzate per contrastare la cultura dominante; ricordo i primi concerti punk/hc e i vari gruppi che vi sono passati (Avail, Varukers, Propagandhi, Pennywise…); ricordo le tante assemblee di movimento e le feste libertarie; ricordo le mobilitazioni in solidarietà di militanti denunciati o incarcerati, compresi quelli modenesi di ieri e di oggi. Infatti, a tale riguardo, vorrei ricordare che attualmente è in corso una campagna di solidarietà ai due anarchici multati per ben 12.000 euro per aver manifestato contro lo sgombero del Fassbinder (un Centro Sociale Autogestito che fino al 2010 esisteva a Sassuolo), per qualsiasi informazione sugli sviluppi di questa questione si può contattare il Circolo: http://lascintilla.noblogs.org/

Bene, avrei finito con le domande, grazie della collaborazione e se c'è qualcosa che non ti ho chiesto e che ti fa piacere aggiungere sei libero di farlo.
Direi che abbiamo parlato di tante cose. Se qualcuno fosse interessato a prendere
contatto con me o a collaborare in qualche modo può farlo scrivendomi all’indirizzo della casella postale (Enrico Manicardi – C.P. 69 Modena Centro – 41121 Modena) o alla mail (posta@enricomanicardi.it). Come dicevo all’inizio io ho anche un sito web (www.enricomanicardi.it) che raccoglie articoli, scritti, interviste (alcune andate in onda in Radio locali). Sulla sua home-page è riportato il calendario delle date che farò per presentare il mio ultimo libro. Chi fosse interessato a partecipare, può controllare ciclicamente il sito e verificare se ci sono presentazioni in luoghi raggiungibili. Se poi qualcuno fosse interessato anche ad entrare nel dettaglio delle idee anti-civ. e leggere i miei libri, può richiederli direttamente al sottoscritto, pagandone il prezzo con semplice ricarica postepay e senza spese postali aggiunte (istruzioni e numero della carta sul mio sito, alla sezione “contatti e collaborazioni”). Ti ringrazio per lo spazio che mi hai dato. Un caro saluto a tutti.

www.enricomanicardi.it

2 commenti:

  1. la lettura della precedente intervista si può eventualmente integrare con, oltre ovviamente ai libri di Enrico, gli scritti di Zerzan, alcuni dei quali stampati da Nautilus edizioni e disponibili in italiano:
    http://www.ecn.org/nautilus
    (anche in pdf gratuito, nella sezione "documenti")

    oppure con la visione di un documentario come "End:Civ" (sottotitolato anche in italiano):
    http://submedia.tv/endciv

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