mercoledì 10 ottobre 2012

Paolo "Chef Ragoo" Martinelli (Anti You).

Photobucket Paolo "Chef Ragoo" è il batterista degli Anti You, validissimo gruppo hardcore di Roma con all'attivo diverse release per etichette come Soa Records, Six Weeks, Punk Not Profit e No Way (queste ultime tre americane). Parallelamente ad essi porta avanti anche un discorso iniziato anni fa all'interno del mondo hip hop. Di questo e di molto altro gli ho domandato nell'intervista che segue. Tra parentesi l'intervista gliel'ho inviata alle 21.00 di sera e dopo un paio d'ore avevo già le risposte eheheheh.

L'ultimo lavoro degli Anti You risale al 2010. Avete in cantiere qualcosa di nuovo per l'immediato futuro?
Abbiamo registrato una ventina di pezzi circa, ci mancano solo le voci, questo giovedì Andrea dovrebbe iniziare a inciderle. Non sappiamo bene per chi uscirà, forse ancora Six Weeks.

Ho avuto modo di vedervi dal vivo parecchie volte ed il vostro approccio è molto diretto e senza fronzoli... Sì, no bullshit. Non facciamo grandi chiacchierate dal palco, anche io ho imparato a limare il mio lato più burlone quando suono con gli Anti You, ho capito che i miei cabaret da dietro la batteria rovinavano la compattezza dello show e mi sono messo una museruola.

Nel 2008 siete stati in America. Che impressioni ne hai avuto? In un'intervista ho letto che a parere vostro in America il rischio se lo accolla il gruppo che va in giro a suonare mentre in Europa è chi organizza il concerto ad accollarsi i rischi se la serata va male. I ragazzi che sono venuti ai vostri concerti ti sono sembrati politicamente impegnati oppure come ho letto in varie interviste di altri gruppi europei sono piu' superficiali dei loro coetanei e non europei?
In America non ci sono rischi: se vai in tour in America lo fai perché lo vuoi fare, perché è un’esperienza importante e bella, ma è una vacanza che ti paghi da solo, facendoti un culo come un secchio per colmare distanze enormi tra un posto e l’altro senza aspettarti di ricevere granché soldi. La nostra forbice di guadagno per un concerto è andata dai 30 dollari di Raleigh, NC ai 400 di Richmond, VA. Un pochino si tampona vendendo dischi e merch, ma in linea di massima è un’esperienza in attivo da mille punti di vista, ma in passivo totale dal punto di vista economico. In Europa invece rischi anche di mettere in tasca – o quantomeno nella cassa della band – qualche soldo. In America mi è capitato di conoscere gente impegnatissima e “colta” e cazzoni totali ignorantissimi, come anche in Europa.

L'aver inciso i vostri lavori per etichette straniere come Six Weeks vi ha aiutato nel farvi conoscere maggiormente? Come è nata questa collaborazione? Come siete stati trattati? Six Weeks è solo l’ultima, il nostro rapporto con le label americane inizia già dal nostro secondo lavoro. Diciamo che da quando Pig City Life ha avuto un buon riscontro negli USA ci è stato più facile lavorare con altre etichette come No Way e Six Weeks, nel senso che un paio di membri del gruppo conoscono bene il panorama delle label americane e sono in contatto con i proprietari, quindi ogni tanto siamo noi a sondare il terreno, della serie “vi interesserebbe pubblicare il nostro disco?”. Siamo stati trattati bene, ci hanno mandato una buona quantità di copie e il disco è stato spinto molto bene. Come ti dicevo non escludiamo di lavorarci ancora, ma ci sono anche altre label con cui ci piacerebbe collaborare, non solo in America.

La versione cd di "Making Your Life Misarable" è uscita per Soa Records. Come vi siete trovati a lavorare con Paolo? A livello di distribuzione siete stati soddisfatti? C'è la possibilità di vedere un nuovo lavoro sotto Soa Records?
Con Paolo ci conosciamo da quando eravamo adolescenti. È un burbero, ma anche una persona in gamba e onesta. Non siamo mai stati insoddisfatti di nessun disco comunque, ci è sempre piaciuto come ha lavorato la gente con noi da questo punto di vista. Non credo però che lavoreremo ancora con la label di Paolo. Non so nemmeno se esista ancora, SOA.

In un'intervista il vostro chitarrista dice che l'hardcore in Italia (come lo intendono gli Anti You) è morto e sepolto, ucciso da scarso interesse e ricambio generazionale inesistente. Sei daccordo con lui?
Bisogna premettere che il nostro chitarrista è abbastanza pessimista nell’animo e oltretutto è Juventino, quindi le cose che dice vanno prese con le giuste cautele. Comunque in qualche modo sono d’accordo. Spesso dei gruppi con cui mi trovo bene preferisco le persone alla musica. Il ricambio generazionale subisce dei salti, a volte per 5 anni succede di non vedere nessun volto nuovo sotto al palco, è roba un po’ triste. Poi a volte invece ci sono ondate di pischelli che si avvicinano all’HC. Di base quello che l’età mi ha insegnato è che se a 18 anni fai parte di una scena di 50 diciottenni, a 25 anni già starai contando i pochi rimasti in quella scena, quelli che non si sono trovati una fidanzata che gli ha fatto cambiar vita, quelli che non si sono messi a tirare cocaina nei disco-pub e cazzi vari. Forse Pierluigi si deve ancora rendere conto dell’inevitabilità del tempo e di ciò che si porta via. O forse se ne è già reso conto e quello è il suo modo di spiegarla.

Tu come vivi l'hardcore nel 2012? Credi che sia acora una parte importante della tua vita e lo spingi oppure fa talmente parte della tua esistenza che lo dai per scontato?
Importantissimo, l’hardcore è una parte fondamentale. Mi ha insegnato gran parte di quello che so, ha creato gran parte di quello che sono. Spingerlo è un discorso relativo, ritengo che continuare a suonare a 40 anni dormendo nel sacco a pelo sul divano di qualche squatter sia già abbastanza.

Ad un certo punto decidi di mollare l'hardcore punk per l'hip hop. Come mai? Quando nasce l'amore per questa espressione musicale?
Credo nasca quando da una parte c’era la Fat Wreck che sfornava dischi tutti uguali e dall’altra c’era il rap americano dei primi anni 90 che sfornava tutti dischi diversi e pregni di quella tensione che all’hardcore melodico trullallà trullallero mancava del tutto.

Hai collaborato con Neffa nel suo primo lavoro "I Messaggeri Della Dopa". Che tipo è Neffa? Come è stato lavorare con lui? Parlavate mai dei suoi trascorsi in Impact e Negazione? Cosa ne pensi della piega che la sua carriera ha preso dopo?
Argomento off-limits. E’ stato uno dei miei migliori amici per qualche anno, ora non lo è più, non mi va di parlarne.

Invece delle collaborazioni col Piotta, Flaminio Maphia e Gopher che ricordi hai?
Quando ho collaborato con qualcuno è sempre stato perché lo consideravo un amico. Piotta e Flaminio sono state cose abbastanza ordinarie, siamo tutti a Roma. Del feat con Gopher ricordo il viaggio nella mia macchina con Andrea Mi di Firenze e il grande Dre Love con la sua risata contagiosissima, lo studio di registrazione con Gigi D al mixer... In quel periodo ero molto legato alla scena salentina, fu un gran piacere.

Sei stato anche attore in Zora La Vampira dei Manetti Bros. Come è stato lavorare con loro? La star del film mi pare fosse Selen. Che ricordi hai di lei? Come è stato lavorare al suo fianco? Hai qualche aneddoto da raccontarci?
Lavorare con loro, e più in generale lavorare nel cinema, è stata una ficata. Sono sempre stato un amante del cinema, ho studiato storia del cinema, ho una collezione di film bella vasta. Puoi capire quanto abbia significato per me fare parte di quel mondo dei sogni. Selen non era la star, compariva solo in due sequenze, però diventammo amici,ci siamo visti qualche volta anche fuori dal set e di base l’aneddoto che mi perseguita è che non abbiamo fatto sesso nonostante lei fosse molto probabilmente del tutto disponibile all’eventualità.

Leggo da Wikipedia che ti sei allontanato dall'hip hop nei primi anni 2000. Cosa ti spinse a prendere questa decisione?
Principalmente non mi reggevano più i nervi, e l’hip hop è un ambiente molto competitivo, laddove io non lo sono affatto. Mi sono riavvicinato ai punks e il mio equilibrio mentale ne ha tratto giovamento.

Nel 2007 però ricominci a lavorare a del materiale hip hop. Cosa ti ha spinto a questo ritorno? Il progetto ha avuto un seguito?
Avevo bisogno di trattare argomenti molto personali, che con una band non sarei riuscito a tirar fuori. Sto continuando a fare rap, anche se non suono moltissimo in giro.

Mi pare che tempo fa sia uscito un tuo disco interamente hip hop. Vuoi parlarcene?
Si chiama “La Compresenza dei Morti e dei Viventi”, ci sono sopra dodici canzoni che riassumono il mio percorso mentale tra il 2005 e il 2010. E’ un buon disco, compratevelo.

Una volta ritornato alle tue origini entri a far parte dei Flu!. Parlaci un pò di questo gruppo. Leggo ancora da Wikipedia che il tuo modo di scrivere è molto influenzato dalle tue radici hip hop...
Quando cantavo nei FLU! sfruttavo molto la maniera di incastrare parole e rime imparata facendo rap, si legava bene con l’approccio molto cervellotico all’hc che avevano i membri fondatori della band.

Ho avuto modo di constatare che sei un grande fan di Bob Mould. Ti piacciono anche gli Husker Du? Hai fatto tua la frase: "La rivoluzione comincia a casa propria, preferibilmente di fronte allo specchio del bagno". Come mai? Cosa ti ha colpito di questa frase? Leggo anche che ne hai fatto pure la tua filosofia di vita...
Io credo di essere uno dei più grandi fan di Bob al mondo, l’ho visto suonare in 4 nazioni diverse, ho tutti i suoi dischi, ho letto tre volte il suo libro, l’ho incontrato varie volte. E chiaramente sono un fan degli Husker Du. Quella frase mi ha riempito gli occhi quando l’ho letta per la prima volta nelle liner notes di "Warehouse Songs And Stories" quando ancora ero un punk giovinastro che diceva alla gente cosa fosse giusto e cosa sbagliato, mentre dentro di me covavo un mondo di contraddizioni. Dopo aver letto quella frase ho predicato meno e guardato di più dentro me stesso, e spero di essere diventato, col tempo, una persona migliore. Oltretutto io non credo più alla rivoluzione, ma ai cambiamenti che ognuno di noi può fare dentro e intorno a sé non smetterò mai di crederci.

"Nessuna Speranza Nessuna Paura - Chef Ragoo e il Rap a Roma" è il titolo di un documentario che parla dell'hip hop nel tuo percorso artistico. Come è nato questo progetto? Cosa possiamo trovarci?
Potete trovarci me che parlo di me per 40 minuti, devastante. E poi 30 minuti sul rap romano in generale. Uscirà in dvd per la Rai. Il progetto è nato da Stefano Pistolini, giornalista e filmaker con cui avevo lavorato varie volte in passato. Non sono particolarmente entusiasta del risultato, ma in un panorama desolante in cui l’hip hop italiano non viene mai storicizzato e le radici si seccano e muoiono ciclicamente, è comunque importante lasciare documenti.

Che differenze riscontri tra il pubblico hip hop e quello hardcore? I due generi a per esempio Roma spesso sono andati di pari passo. Mi riferisco ai concerti dei Growing Concern in compagnia magari dei Colle Der Fomento... Correggimi se sbaglio...
Quei concerti avvenivano nel ’92, di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Di base sono pochissimi quelli che sentono entrambi i generi. E oramai non credo ci sia più margine per andare pari passo, l’hip hop si è insinuato nel mainstream, una marea di ragazzini sentono un sacco di merda, boh. Gli argomenti dei testi di molti artisti sono deprimenti, troie coca marche macchine cappellini e balle varie. Non mi stupisce che poi molto spesso i ragazzini siano totalmente inconsapevoli rispetto a tutto ciò che succede intorno a loro.

Agli inizi degli anni '90 molti esponenti del punk hardcore si spostarono verso l'hip hop. Secondo te perchè? Voglia di rapportarsi a nuove esperienze oppure l'hardcore aveva davvero esaurito la sua carica propulsiva?
Ribadisco: l’hardcore che andava in quel momento faceva CACARE. L’idea che si potessero creare delle label che sfornavano 40 dischi tutti uguali all’anno era aberrante. E inoltre il rap del tempo era no bullshit come gli Anti You. Dischi intensissimi, pochi ritornelli facili, beat ruvidissimi e tesi come corde di violino. Per me è stato naturale interessarmene. Credo sia stato lo stesso anche per gli altri.

Sò anche che sei un ottimo cuoco. Da cosa nasce questo tuo interesse per la cucina? Hai mai pensato di farlo diventare il tuo lavoro?
Boh, mia madre non ha mai avuto la passione per la cucina, io invece in qualche modo ci trovavo piacere a stare dietro ai fornelli. E quindi ho cucinato a casa da quando ho smesso di andare a scuola, piano piano un po’ sono migliorato. Probabilmente diventerà il mio lavoro, in un futuro forse nemmeno remoto.

Ho concluso. Grazie del tuo tempo e se vuoi puoi aggiungere qualcosa...
Fate i bravi, non sfasciatevi troppo, e quando vi guardate allo specchio non fatelo solo per pettinarvi o lavarvi i denti o per farvi le foto tipo Zarate: guardatevi dentro. Ciao

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