mercoledì 4 giugno 2014

Toxic Basement Studio.


Molto spesso quando acquistiamo un vinile (vinile mi raccomando, al massimo vi concedo le cassette) ci soffermiamo sulla grafica, sulle foto e sull'impatto sonoro che produce dalle casse del nostro stereo. Ignoriamo che dietro c'è un grande lavoro per registrarlo e perfezionarlo al massimo. Quando Carlo (proprietario degli studi) mi ha contattato tramite Facebook per chiedermi se poteva avere uno spazio su questo blog, di comune accordo abbiamo deciso che un'intervista sarebbe stata la cosa migliore per cercare di capire meglio come funziona uno studio di registrazione. Quindi bando alle ciance e godetevi questa nuova intervista!

Carlo voglio cominciare subito col chiederti come è nata la collaborazione tra il tuo studio Toxic Basement e Foad Records. Per loro hai curato alcune parti del nuovo album dei Cripple Bastards e le riedizioni di classici di band del calibro di Raw Power, Necrodeath, Bulldozer. Come ti sei trovato a lavorare con Foad e con i succitati gruppi? Alcuni dei membri originali delle band ristampate dall'etichetta di Giulio e Pranda erano con te in studio? Lavorare con Foad ti ha aperto altre porte con altri gruppi?
La mia collaborazione è iniziata quasi per caso durante la preproduzione, nell’autunno del 2010, di "Frammenti Di Vita" dei Cripple Bastards. Parlavo con Giulio di questa realtà pronta a fare il grande salto (stavano per uscire le due ristampe su cd dei Wehrmacht ed erano in programma molte altre uscite importanti) e mi sono messo in gioco. Gli ho proposto di mettermi alla prova, che mi sentivo la persona giusta per potermi occupare della ristrutturazione e del mastering delle uscite dell’etichetta. Gli è piaciuto il mio modo di lavorare e la cura e l’impegno che metto in ogni mio singolo lavoro e da allora sono collaboratore fisso della FOAD Records. Non posso che spendere parole di elogio per l’etichetta, per la cura di ogni dettaglio e per il fatto che ogni uscita non è una semplice ristampa. Si tratta di una vera operazione di ricerca storica, di comparazione del materiale e del totale rifiuto di ogni tipo di compromesso. Ci sono troppe etichette, anche di una certa notorietà, che riversano tutto il materiale disponibile di un gruppo su una compilation, senza nessun lavoro. Ovvio che un ascoltatore “medio” preferisca poi scaricarsi una discografia su un blogspot: perché mai spendere dei soldi per una simile schifezza? Sono contento che la strada della qualità sia sempre la preferita (anzi, l’unica alternativa possibile) e devo dire che anche a livello personale mi trovo molto bene con Giulio, che reputo anche un amico oltre che un partner lavorativo. Anche con Pranda ho un ottimo rapporto ed è un vero piacere lavorare con lui. Non voglio dimenticare, infine, Marco Garripoli, ex membro storico (e fondatore) della FOAD, che ha sempre speso ottime parole per me e per il mio studio. In realtà, anche per questioni di distanza, è piuttosto raro che incontri direttamente i membri dei gruppi del roster FOAD. Questo non significa che i gruppi non siano interpellati o presi in considerazione. Prepariamo sempre dei master di prova da far sentire ai gruppi e li aggiorniamo passo dopo passo sugli sviluppi dei lavori. Ho avuto però la fortuna di avere in studio Erich Keller dei Fear Of God per un paio di giorni e coi Crash Box, in occasione dell’uscita della loro discografia, ho registrato i primi inediti dopo più di 20 anni dopo la loro ultima sessione in uno studio. Non posso negare che la mia collaborazione con FOAD mi abbia aperto le porte a molte nuove opportunità lavorative, anche perché il mio curriculum continua ad arricchirsi ed in questo tipo di lavoro, conta molto il tuo pedigree. E questo mi ha permesso di mettere le mani su alcuni classici che ammiro da ascoltatore e appassionato di musica, Necrodeath, Possessed, Cryptic Slaughter, Protector, Nerorgasmo, Upset Noise, Bulldozer, Ratos De Porao, Yacopsae, … Senza dimenticare uno dei lavori dei quali sono più felice a livello lavorativo, ovvero l’intero remixaggio di "Misantropo A Senso Unico" dei Cripple Bastards, un disco a cui sono anche affettivamente legato da quando sono ragazzino. In questo caso l’intero disco è stato mixato ex-novo partendo dalle bobine multitraccia originali. E’ stato un lavoro molto delicato e “rischioso”, nel senso che avrebbe potuto scontentare i fans più sfegatati del disco. Tuttavia abbiamo fatto di tutto perché ogni dettaglio venisse valorizzato, mantenendo l’impatto e la rabbia originali del disco. Visto il consenso generale e i diversi pareri positivi, anche dei più scettici, credo che ci siamo riusciti. Ora stiamo facendo un lavoro analogo per "After Your Brain" dei Raw Power, proprio in questi giorni siamo alle fasi conclusive del mastering, dopo che il missaggio è stato approvato dal gruppo stesso lo scorso mese.

Toxic Basement è nato quasi per scherzo in uno scantinato per poi evolversi in un progetto serio che è diventato il tuo lavoro full time. Come ti destreggi fra fatture e partite iva? Credi che se il tuo studio fosse nato in Germania o in Inghilterra guadagneresti di più ma dovresti magari affrontare una concorrenza più spietata rispetto all'Italia? A quali studi di registrazione e produttori ti sei ispirato quando hai deciso di imbarcarti in questa avventura?
E’ dalla mia prima registrazione come musicista che mi si è stampata in testa l’idea di voler, un giorno, lavorare in uno studio. Era il 2001, se non ricordo male, quindi non avevo neanche 18 anni ed ero all’Avatara di Milano, uno studio in cui più o meno tutti qui hanno messo piede in quegli anni e registravo il mio primo ep per i Long Dong Silver. A registrare c’era Grunt (altro nome che non è nuovo per chi suonava in quegli anni). E’ stata un’esperienza che mi ha affascinato, mi piaceva l’idea di stare all’interno di uno studio di registrazione. Poi con l’università ho messo un po’ da parte questo mio sogno, che però si è ripresentato quando ho iniziato a suonare con il mio attuale gruppo, i Greedy Mistress, in occasione delle riprese del nostro primo disco. Era un grande esperimento, ho preso qualche microfono, ho chiamato un ragazzo per registrarci, ho allestito la mia cantina trasformandola in un rudimentale studio. Poi ho iniziato a tartassare quel ragazzo, ho imparato un po’ di trucchi del mestiere e ho gettato le mie basi cognitive. Ed intanto, sorprendentemente, un po’ di gruppi di amici hanno iniziato a contattarmi. Mi sono laureato e quindi ho iniziato a pensare che non mi bastava più una cantina e forse era ora di mettersi realmente in gioco. Non ti so dire come sarebbe tutto altrove. In tutta sincerità penso solo a fare del mio meglio e a fare in modo che quello che esce dal mio studio abbia un suono “universale”. Siamo in un epoca ed in un Paese che non è dei più favorevoli per portare avanti un’attività in proprio. Però vedo anche tanti ragazzi che hanno voglia di incanalare le loro frustrazioni e le loro incertezze in un qualcosa di creativo e concreto, che gli permetta di evadere dalla loro quotidianità. E quindi penso di non essere poi tanto nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non c’è un singolo produttore o tecnico del suono che mi ha ispirato, ho sempre voluto combinare la naturalezza di alcuni dischi con cui sono cresciuto (Black Flag, Minor Threat, Bad Brains, Circle Jerks, Negative Approach...) con la nitidezza di alcune produzioni moderne. Una sorta di equilibrio tra la spontaneità e la cura dei suoni. So che è un equilibrio molto difficile da trovare, ma è una sfida che mi pongo ad ogni mio singolo lavoro. Voglio sviluppare il suono “del Toxic Basement Studio”, che sia caratteristico ma che non diventi un’etichetta da attaccare su un disco. Tengo al fatto che traspaia prima di tutto l’essenza sonora del gruppo e l’unicità di ogni produzione. Se un gruppo mi dà “carta bianca”, ci sono già delle caratteristiche che hanno delineato il mio modo di lavorare, la batteria presente e potente, un equilibrio piuttosto omogeneo degli strumenti, l’intelligibilità della voce.

Suoni pure in un paio di gruppi. Credi che il tuo approccio sia più completo essendo contemporaneamente un musicista ed un produttore? Cosa consigli ad un gruppo che si affaccia per la prima volta in sala di registrazione?
In questo momento suono solamente con i Greedy Mistress, non credo avrei il tempo di poter portare avanti anche solo un altro gruppo. Suonare aiuta moltissimo perché mi permette di sviluppare anche il lato musicale e artistico della mia professione. Non basta conoscere la tecnica, è importante e determinante anche comprendere la musica e farsi trascinare dalla componente emozionale. Inoltre permette di sviluppare un linguaggio che funge da punto di incontro tra il musicista e il produttore. Perché spesso, per non dire quasi sempre, il musicista non ha una conoscenza in materia e non ha gli strumenti per poter affrontare una conversazione strettamente tecnica, ed è giusto che sia così. Il musicista deve pensare all’esecuzione dei brani e alla resa delle registrazioni. E’ piuttosto dovere del produttore e/o tecnico del suono trovare un linguaggio comprensibile al gruppo e allo stesso tempo decifrare quelle che sono le richieste del gruppo stesso. Senza questo ponte di connessione, è come se un cinese ed un tedesco tentassero di dialogare utilizzando ciascuno la propria lingua senza conoscere la lingua dell’altro. Ci si potrebbe intendere tramite gesti, ma gran parte della comprensione, propria della comunicazione verbale, sarebbe impossibile da ottenere. Per questo consiglio ad ogni gruppo di considerate, oltre ai costi e ad alla qualità della registrazione, la persona (o le persone) con cui si troveranno lavorare. Ogni gruppo dovrebbe assicurarsi di avere a che fare con persone competenti sul piano tecnico, ma che abbiano anche la capacità di comprendere la sua musica e le sue dinamiche interne. Dovrebbe accertarsi che siano professionali e intenzionati a fare da guida e consigliare, ma non ad imporre la loro visione. Non c’è nulla da temere nel mostrarsi “ignoranti” per ciò che riguarda una qualsiasi fase di una registrazione, avere dubbi o domande è più che lecito. Se i professionisti scelti mostreranno questa sensibilità, allora quasi sicuramente il risultato finale sarà in grado di rendere i componenti del gruppo realmente soddisfatti.

Fear Of God | Complete Demos 1987 | Foad Records.

Hai prodotto sia gruppi hardcore, che metal che punk. Che differenze noti nei differenti approcci con cui sei venuto a contatto?
Punk, hardcore e metal sono i generi per cui il Toxic è più noto, anche se ho lavorato anche su tipi di musica più “leggera” o sonorità più primitive o sperimentali. In realtà, a livello strettamente lavorativo, non trovo grandi differenze d’impostazione del lavoro. Per essere più precisi, trovo che non sia tanto il genere a dettare un approccio produttivo, quanto altre caratteristiche: la velocità o la lentezza dei brani, l’accordatura, il livello di “sporcizia” o pulizia del suono, per esempio. Certo è innegabile che ci siano alcune “linee guida” per alcune tipologie di musica, ma per me è più importante capire sin dall’inizio quali siano i punti forza di un gruppo, se valorizzare un particolare strumento o preferire l’insieme, se catturare un certo tipo di atmosfera rispetto ad un altro. La vera differenza la noto quando un gruppo vuole fare qualcosa di un po’ diverso rispetto ad un’impostazione standard. Solitamente che sia punk, hardcore o metal, detto a grandissime linee, funziona molto la formula batteria, basso, due chitarre ritmiche, sovraincisioni, assoli (se ci sono), voce/i, cori e/o doppie voci. Può capitare, però, il gruppo che ha due bassi, il gruppo che non vuole fare alcuna sovraincisione di chitarra, il gruppo senza basso, il gruppo senza chitarra. E’ in questi casi che le regole del gioco cambiano.

Puoi descriverci nel dettaglio come è composto il tuo studio e che tipo di strumentazione usi?
Il mio studio ha una sala di riprese dal caratteristico suono “esplosivo” che rende abbastanza riconoscibile il suono della batteria di molte mie produzioni, una regia ed una piccola area relax che si estende in un’area verde attorno all’edificio. Ho un Mac con Digital Performer 7 controllato da un Mackie Control Pro attrezzato per riprendere fino a 24 canali contemporaneamente. Posso catturare il suono direttamente in digitale oppure utilizzare il registratore a nastro Tascam che ho a disposizione. In questo caso mi avvalgo di una tecnica ancora poco utilizzata qui in Italia. Anziché utilizzare plugin di emulazione di registratori analogici su nastro, dopo aver ripreso tutto su Digital Performer, aver fatto l’editing di base (per esempio la combinazione di diversi take) via software, passo tutto su nastro e ritorno di nuovo in digitale. Questo mi permette di sfruttare al meglio gli aspetti positivi dei due mondi, analogico e digitale. La rapidità e la precisione del software mi permette di azzerare i tempi d’attesa del riavvolgimento della bobina o dell’intervento di editing diretto sul nastro, inoltre fa risparmiare al gruppo i costi delle bobine (che non è indifferente), poiché è necessaria solo una bobina per questo tipo di lavoro, mentre il passaggio su nastro esalta gli aspetti sonori positivi della registrazione analogica, calore e compressione musicale. La scelta dei microfoni è piuttosto varia, ed include Shure, AKG, Rode, Audio Technica, Oktava, Peluso, Beyerdynamic, coprendo tutte le tipologie classiche da studio: dinamico, nastro, condensatore e condensatore valvolare; cardioide, figura 8, omnidirezionale; diaframma piccolo e largo. Per amplificare il segnale dei microfoni dispongo di Focusrite di classe A, dei cloni Neve completamente modificati, Joemeek e FMR. Per quanto riguarda compressori e equalizzatori analogici, ho a disposizione diverso materiale di produttori come Orban, Dbx, FMR, Tascam, Tl Audio; ho un sommatore analogico (anch’esso modificato) della TL Audio ed un paio di riverberi e delay della Digitech e della Roland. Anche per il digitale ho una serie di processori di dinamica, equalizzatori, riverberi, delay ed altri effetti di qualità, di produttori come Waves, PSP, Urs, Sonalksis, Abbey Road, Sonnox, Softube, Nomad Factory, IK Audio … Ho persino un paio di campionatori dell’AKAI, un S2800 e un S1000 e una tastiera MIDI. Se i gruppi non dispongono di strumenti musicali che ritengono adeguati, o vogliono comunque sperimentare o provare qualcosa di diverso, qui possono trovare diverse batterie: una Ludwig del 1967, una Mapex Pro-M che ha due casse (una da 22” ed una da 24”), una Pearl in betulla degli anni ’90, una Yamaha 5000, una selezione di piatti Alpha della Paiste, una serie di nuovissimi piatti Diril Cymbals, dei piatti vintage molto “raw”, rullanti Mapex, Tama, Yamaha, Premier; diverse chitarre: Gibson SG, Epiphone SG con un sacco di modifiche, una Gibson/Epiphone SG degli anni ’90 assolutamente insolita, una Telecaster che ho fatto modificare personalmente partendo da una Squier ed una Stratocaster completamente cannibalizzata; diversi bassi: un Ovation Magnum II risalente ai primi anni ’80, un Epiphone Thunderbird, un Precision/Jazz “marcissimo”. Proprio per quanto riguarda chitarre e basso ho disponibili testate/cassa o combo di diversi tipi, Laney, Peavey, Jet City ed un amplificatore completamente customizzato ispirato ad un 5150. E per finire ho una serie di pedali ad effetto di diversi tipi: dai classici Tubescreamer o DS1 fino all’ HM2, Phase 90, clone Rat, …

Ti senti maggiormente attratto dal digitale o dall'analogico? Col digitale molti gruppi non registrano le parti di batteria "dal vivo" ma fanno tutto col computer col risultato che molto spesso vai a vederle dal vivo e pensi "Mhhh... Su disco non suonava così male...". Con l'analogico, almeno a mio avviso, si elimina quella freddezza e pulizia che invece caratterizza il digitale. Cosa ne pensi? Se un gruppo ti chiede meglio il digitale o l'analogico, tu cosa rispondi?
Questo è l’argomento più delicato e dibattuto degli ultimi 15 anni per chi fa il mio lavoro, che ha assunto quasi la caratteristica di una “guerra” tra due fronti, i sostenitori dell’analogico e i sostenitori del digitale. Io mi sottraggo da questa battaglia senza vincitori e dico la mia. Io mi sento attratto da quello che mi permette di lavorare il più semplicemente possibile sulla musica, senza dover pensare ogni due minuti agli aspetti tecnici. Se ho la mente libera da ogni pensiero prettamente tecnico, posso impiegare le mie energie su altri aspetti. Durante la registrazione posso pensare a catturare la giusta atmosfera dei brani, durante il mixaggio a farmi guidare più dall’istinto e dalle emozioni. Ho un approccio più musicale e meno tecnico al mio lavoro, gli strumenti che ho a mia disposizione devono facilitare e velocizzare quello che sto facendo. Quindi sfruttando il meglio dei due mondi, l’analogico e il digitale, penso si possa ottenere il risultato più comodo ed immediato. Se vogliamo porre la discussione su un piano di qualitativo, anche solo una decina di anni fa, l’analogico vinceva senza alcun dubbio. Ora siamo ad un livello in cui il digitale ha ottenuto dei risultati inimmaginabili. E, anzi, ci sono dei dischi realizzati interamente in digitale che suonano più piacevoli ed “analogici” di alcuni fatti interamente su nastro e con un mixer. Dipende molto dalla sensibilità di chi lavora su una certa sessione di registrazione. Gli strumenti giusti nelle mani giuste fanno ottenere degli ottimi risultati, questo è il punto. Penso che il tuo discorso sia più da collegare direttamente alla prima parte della domanda. L’abuso dell’editing è quello che certe volte è imputabile a questa “freddezza e pulizia”. Mi spiego meglio. L’editing esiste da sempre, solo che l’avvento delle nuove versioni dei software di produzione audio, ha reso tutto molto più semplice e soprattutto non distruttivo. Anche quando un lavoro veniva, per forza di cose, registrato interamente a nastro, si usava editare le riprese. Solo che era tutto molto più difficile, costoso e senza la possibilità di premere “undo” e tornare indietro. Ora è davvero semplice poter intervenire e spesso la tentazione di strafare è concreta. Per quanto mi riguarda, esiste un “buon editing” ed un “cattivo editing”. Il confine tra buono e cattivo è dettato dal tipo di genere musicale, dalla necessità di nitidezza e dal gruppo stesso. Secondo me si supera il limite del “buon editing” quando anziché enfatizzare la qualità di un brano, lo si trasforma in un puzzle di parti suonate.

Bulldozer | IX/Neurodeliri | Foad Records.

Credi che si siano fatti dei passi in avanti nel nostro paese per ciò che riguarda il lato registrazione di un disco? Cosa secondo te andrebbe migliorato?
Ecco, in questo caso, purtroppo, devo dire che siamo indietro. Detesto usare la formula “è meglio altrove che qui”, suona troppo come un alibi, ma in questo caso non posso farne a meno. Il problema principale che riscontro a livello produttivo in Italia, è la troppa enfasi sulla tecnica e la poca conoscenza della musica. Non fraintendermi, la tecnica è importantissima. La conoscenza della teoria costituisce un importante bagaglio orientativo per questo lavoro. Tuttavia per molti costituisce un punto di arrivo e non un punto di partenza. Secondo me, la tecnica dovrebbe essere una bussola orientativa, ma è la pratica, la voglia di sperimentare e di mettersi in gioco, di rischiare, che fanno la differenza. Certe volte sento colleghi che si preoccupano troppo di creare il suono “perfetto” di chitarra, che decontestualizzato suona stupendamente, ma inserito in un determinato gruppo suona completamente fuori luogo. Questo perché c’è un approccio troppo “accademico” al lavoro. Per fortuna (o purtroppo) ogni produzione musicale costituisce un “caso particolare”, per questo dico che la teoria deve fungere da bussola. A costo di essere ripetitivo, ritengo che chi fa il mio lavoro ha il DOVERE di ascoltare tanta musica, quotidianamente. Questa è la vera palestra a cui dobbiamo sottoporci perché ci permette di aprire i nostri orizzonti, di tenerci aggiornati e di confrontarci. Mi è capitato di parlare con amici che fanno il mio lavoro e che pur essendo tecnicamente bravissimi, non hanno una minima cultura musicale. Questo costituisce un forte handicap nel momento in cui si devono prendere decisioni durante un lavoro, perché i libri sulle tecniche di registrazione non insegnano il gusto e la sensibilità musicale. Se i produttori e i tecnici del suono italiani si appassionassero di più alla musica (non è poi proprio perché ci piace la musica che facciamo questo lavoro?!) e si affidassero di più alle emozioni e meno agli analizzatori di spettro, probabilmente potremmo raggiungere un livello qualitativo più alto.

Con i vari Pro Tools, Mac, ecc. ormai registrare un disco è talmente facile che molta gente se lo fa in cameretta e poi lo masterizza su cd. E' un po’ come con gli mp3, lentamente si sta uccidendo il gusto di "sudarsela" la musica che più ci piace. Cosa ne pensi? C'è mai stato qualche gruppo che si è lamentato dei soldi che avrebbe dovuto sborsare?
E’ un argomento molto delicato. Da un lato sono sempre stato affezionato all’etica del Do It Yourself e devo dire che trovo alcuni lavori registrati in cameretta più interessanti e passionali di alcune produzioni con più budget. Chiamala fortuna del principiante o forse è proprio quello a cui mi riferivo, rispondendoti alla domanda precedente. Spesso, piuttosto che affidarsi a professionisti tecnicamente competenti ma musicalmente ignoranti, che realizzerebbero un prodotto bello ma sterile, preferiscono creare un lavoro, magari con limiti tecnici innegabili, ma più curioso ed “unico” a livello sonoro. E’ chiaro che la maggiore facilità di poter accedere a strumenti di registrazione di discreta qualità ad un prezzo relativamente accessibile, costituisce un ulteriore incentivo per queste persone. Però vorrei far notare a queste persone, che guardandosi in giro attentamente, esistono dei professionisti che possono accontentare il loro desiderio di catturare un suono particolare affiancandolo ad una maggior dettaglio tecnico che permette di valorizzare il prodotto finale, eliminando quell’alone di “registrazione da cameretta” che quasi sempre permane. Devo dire che non mi è praticamente mai successo che qualcuno si lamentasse al momento in cui ho presentato il conto finale. Sarà per i miei prezzi bassi o sarà per la mia assoluta trasparenza quando preparo i preventivi. Non mi piace fare sorprese, fregare qualcuno, è giusto che il mio lavoro sia corrisposto perché il mio tempo e le mie conoscenze in materia hanno un valore (come quelle di qualsiasi professionista), ma mai nessun gruppo ha messo in discussione questo.

Hai qualche aneddoto gustoso da raccontarci sui gruppi con cui hai lavorato? Qualche richiesta strana o particolarmente esosa?
Grazie a dio lavoro con gruppi che hanno la testa sulle spalle. E del resto, da parte mia, metto subito in chiaro che il mio compito è valorizzare quanto loro stanno eseguendo, non snaturare. Tuttavia sono sia una “guida” che uno strumento nelle loro mani. Perché alla fine è il gruppo (o l’etichetta) che deve avere l’ultima parola. Quindi mi è capitata qualche richiesta un po’ in antitesi col mio modo di lavorare. Certo mi è capitata un’occasione in cui un cantante voleva cantare direttamente con l’Autotune durante le riprese. Che si può fare, ma mi chiedo se non è più semplice trovarsi un cantante leggermente più portato, dal momento che questa persona era anche chitarrista del gruppo… Poteva concentrarsi direttamente su quello. Una volta mi è capitato un batterista con una batteria megagalattica, 4 ore solo per montarla e microfonarla, per poi scoprire che non era nemmeno in grado di fare un 4/4 basilare. Ma sono casi isolati, solitamente le richieste più comuni sono quelle di sistemare qualche “colpo” qua e là di batteria o sistemare qualche difetto di intonazione alla voce. E su questo tipo di interventi sono più che favorevole, perché magari al di là di qualche sbavatura c’è dietro una ripresa grintosa e carica di emozioni. In quei casi è meglio intervenire in editing piuttosto che rieseguire mille volte un’esecuzione che, a parte qualche errore, renderebbe il tutto meno istintivo e più “stanco”. Il più delle volte, una volta che si riesce ad entrare in sintonia con il gruppo, porto con me delle piacevoli esperienze sia lavorative che personali. Non a caso mi è capitato più volte che alcuni dei miei clienti, siano diventati miei cari amici che incontro con piacere ai concerti o per mangiarci una pizza.

Il tuo studio ha pure un'area relax. Quanto è importante per un gruppo che sta registrando? Senti mai la pressione nel tuo lavoro?
Sì anche se non è grande. Diciamo che quando è nato lo studio, una delle mie intenzioni principali è stata quella di rendere l’intero studio una grande area relax. Volevo che l’intimità e la calma di un home-studio incontrassero alcune caratteristiche dei tradizionali studi di registrazione. Perché il fatto di sentirsi a proprio agio e rilassati, influisce più che positivamente sull’esecuzione di quanto si sta per registrare. Non mi piace l’idea dello studio come un ambiente freddo e asettico, in cui il tempo scorre inesorabile di fronte a delle persone che lavorano per te ma non lavorano CON te. Ho fatto forza sull’illuminazione naturale che entra dalle finestre e sullo spazio verde che si trova al di fuori dello studio, perché voglio che quando uno entra al Toxic si senta un po’ come se fosse a casa sua. La pressione c’è, è innegabile. Più che altro la mole di lavoro certe volte ti fa accumulare una quantità non indifferente di stress. Mi capita spesso di lavorare decine e decine di giorni a ritmi sostenuti e senza giorni di pausa. E nonostante questo, devo e voglio dare sempre il 100%. Però non mi dimentico mai che sto facendo il lavoro che mi piace e che se ho un’agenda spesso così densa vuol dire che anche gli altri riconoscono questa mia dedizione. Quindi è solo stress alimentato dalla stanchezza, quindi non me ne lamento.

Oltre allo studio lavori anche nell'ambito dei live? Se sì come ti trovi? Ritieni che sia più complicato che registrare un album oppure è il contrario? Anche qui se hai qualche storiella da raccontarmi...
Ho avuto diverse proposte per serate o tour di gruppi piuttosto interessanti e anche delle offerte da un paio di locali con una bella strumentazione, ma ho sempre rifiutato. Ho un grande rispetto per il lavoro di fonico live ma lo ritengo un lavoro molto diverso da quello di produttore e/o tecnico del suono in studio. In realtà sono pochi quelli che riescono a farlo con ottimi risultati, anche se sono molti quelli che affermano il contrario. In studio sei in una situazione più controllata, se lo studio è il tuo conosci l’ambiente e la strumentazione alla perfezione, se lo studio non è il tuo hai comunque il tempo per ambientarti e calibrare le tue orecchie. Dal vivo non hai queste comodità e questo tempo a disposizione, le scelte che prendi sono più immediate e devi dare il meglio anche in condizioni non sempre ottimali. Spesso l’acustica non è dalla tua parte e succedono certi imprevisti davvero impensabili. Per un futuro prossimo non ho intenzione di pensare di mettermi in gioco per i live, chissà tra un po’ di anni… Ad ogni modo, ho avuto solo una traumatica esperienza di fonico live. Non ricordo esattamente l’anno, non era ancora la mia professione full-time, comunque ero in Svizzera a vedermi gli Agent Orange, come spettatore. Ad un certo punto il fonico della serata si è sentito male ed è stato portato via, proprio prima che salissero gli Agent Orange. Non c’era più nessuno dietro alla console! Un mio amico mi ha chiesto se potevo farlo io, poiché non c’era nessuno che poteva farlo. Visto il caso disperato, ho accettato. Purtroppo non potevo immaginare che nessuno dei canali del mixer avesse un’indicazione di cosa controllava, né sul palco né per il pubblico. Quindi durante il line check il gruppo mi chiedeva dei volumi in spia che io non sapevo come controllare e durante il concerto non sapevo nemmeno quale fader controllasse il volume del basso o del rullante. Ho dovuto fare dei tentativi e segnarmi tutto durante l’esibizione. E’ stato un vero incubo!

Finito! Grazie del tuo tempo e aggiungi ciò che vuoi...
Ti ringrazio dello spazio che mi hai concesso e spero di non essere stato noioso o polemico. Amo profondamente il lavoro che faccio e spero di potermi confrontare con un tipologia sempre più estesa di generi e sonorità. Ringrazio anche tutti quelli che apprezzano le mie produzioni, spendendo per me parole di elogio, e tutti quei gruppi con cui ho consolidato, nel corso degli anni, non solo un rapporto lavorativo ma anche di amicizia.

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Eu's Arse | Attacca Le Menti: Discografia 1981/1985 | Foad Records.

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