mercoledì 12 agosto 2015

Nofu.


I Nofu si eran già fatti notare con un demo tape e con lo split 7" assieme agli Antimonitor. Da poco è uscito il loro primo lp ("Mito Ciclicità") che, lasciatemelo dire, è di quanto più bello ascoltato ultimamente dalla scena hardcore dello stivale. Quello che mi è piaciuto subito di loro, è l'approccio diretto e tagliente, ma allo stesso tempo senza menate. L'intervista che ne è scaturita è a parer mio molto interessante. Alle domande ha risposto il gruppo.

Vi faccio subito una domanda diretta: siamo fottuti?
E.: ahahah, è una domanda abbastanza diretta, però sintetizza bene una presa di posizione a cui ci costringi nel rispondere. Beh sì, siamo fottuti. Qualcuno diceva che l’inferno è che tutto rimanga così com’è, e a me sembra che viviamo nella situazione più vicina a quella dei gironi infernali. Nonostante i molti sforzi, spesso sembra che nulla cambi, che tutto si ripeta di stagione in stagione, e che la realtà imposta chiuda in maniera sempre più completa ogni spazio di dissenso, ogni possibilità sopita, ogni contraddizione. Viviamo e stiamo andando sempre più verso un mondo totalitariamente omogeneo.

Leggendo il foglio interno che accompagna il vostro disco "Mito Ciclicità", l'importanza che date ai testi è davvero impressionante. Non solo sono riportate le parole dei vostri brani, ma addirittura sono accompagnati da una dettagliata spiegazione, addirittura con traduzione in inglese. Sono molto impressionato da ciò, visto che molto spesso i gruppi odierni manco inseriscono il foglio interno. Cosa vi ha spinto a ciò? Quanto vi è costato mettervi tutti assieme e cercare di spiegare a chi vi ascolta, ciò che sta ascoltando?
E.: i testi per i Nofu sono la metabolizzazione e la rielaborazione di tutte le suggestioni che arrivano da quello che leggo, che vedo e che sento... Non c’è nessuna pretesa di originalità nè di creatività (che considero dei falsi miti), e mi interessa più far riflettere chi ha in mano il nostro disco. In realtà, il riflettere sulle tematiche trattate dovrebbe essere solo il primo stadio. "Mito Ciclicità" oltre a essere un discorso constatativo vorrebbe avere un valore performativo: vorrebbe far uscire dall’orizzonte del discorso e spingere alla pratica, all’azione; questo senza sputare sentenze o delimitando ciò che è giusto o sbagliato (se operassimo in questo modo come molti gruppi hardcore fanno, non useremmo un metodo diverso da quello giornalistico e televisivo, tagliando con l’accetta informazioni e appiattendo ogni discorso alla vendibilità di uno slogan). Spesso mi sono chiesto se sia giusto o meno scrivere testi un pò meno diretti e un pò più complicati nell’ hardcore punk, bello proprio in quanto viscerale e diretto. Mi sono risposto che se quello è il mio modo di scrivere e di ragionare, snaturarlo per inserirlo meglio all’interno dei canoni del genere, sarebbe stato inutile e stupido. Quindi tant’è. I testi dei Nofu hanno per me una grande importanza, ma non sarebbero nulla se non facessero tutt’uno con quello che suoniamo e con i nostri intenti.

Il titolo del vostro vinile è "Mito Ciclicità", mi è piaciuto molto. Potete spiegare ai nostri lettori e lettrici cosa vuol significare?
E.: inizialmente non ci eravamo prefissati di fare un concept album o un disco a tema, ma riflettendo sulle tematiche dei testi, effettivamente un’atmosfera di fondo e un filo rosso c’erano: la temporalità ciclica delle società spettacolari in cui viviamo, la difficoltà a creare qualcosa di nuovo e a produrre storia. Ogni cosa che facciamo, può essere anche la più radicale, viene macinata dal processo capitalista, risputata metabolizzata e resa inoffensiva (per questo il fenomeno “hipster” mi sembra ciò che rappresenti meglio il capitalismo avanzato: l’hipster non è una sostanza, ma un processo che mangia e risputa sottoculture rendendole "di tendenza"). E questa temporalità senza via d’uscita, che eternamente condanna agli stessi atti, è quella tipica del mondo del mito, contrapposto al mondo della storia, intesa come creazione del realmente nuovo. Il mito è l’apparenza di cui una società si copre per rendersi intoccabile ed eterna, per chiudere ogni possibilità di cambiamento. Le nostre società capitaliste sono delle mitologie, mondi che si fanno vedere eterni ed intoccabili: dove c’è mito c’è apparenza e mancanza di reale novità. Quindi dato che si parlava di mito e della sua temporalità ciclica, ci è venuto in mente "Mitociclicità", che suona molto anni ’80 italiano (abbiamo subito pensato a "Sguardorealtà" degli Indigesti)!

Il vostro disco, a mio parere, è permeato dal concetto di non farsi incasellare nei ruoli prestabiliti che la società ha già pronti per tutti noi, senza darci il tempo di decidere sul da farsi. Oggi, più di ieri, questa forma di controllo è più che mai presente. Cosa dobbiamo fare per combattere ciò? C'è, effettivamente, la possibilità di rompere questi schemi senza per forza doverci ritirare in un posto isolato? In poche parole: possiamo trovare un punto di equilibrio?
E.: non sai quanto mi metti in difficoltà con questa domanda! Mi chiedi un trattato di filosofia politica e una soluzione che assolutamente non abbiamo, ahah! In ogni caso posso provare a tematizzare velocemente. Da una parte mi viene in mente che noi tutti (anche i più radicalmente rivoluzionari) siamo profondamente condizionati dall’ambiente in cui viviamo, e che finchè non superiamo questo tipo di mondo che ci condiziona (consciamente e inconsciamente, direttamente e latentemente), anche noi non potremmo essere diversi e migliori di quello che siamo. D’ altra parte ci deve essere coerenza tra i mezzi del nostro agire e i fini di ciò che vogliamo: in poche parole il nostro stile di vita qui e ora deve essere della stessa forma di quello che vorremmo sia un mondo liberato. Insomma (ed è qui che si gioca la critica più grande al comunismo), non si può combattere il potere, lo sfruttamento e l’autorità, prendendo il potere e l’autorità... Si finirebbe in questo modo ad avere la stessa mentalità di ciò che si combatte, finendo imbrigliati in quello che si combatte. L’equilibrio di cui tu parli per me non si può trovare, se non nell’azione. I compromessi con un mondo che non accettiamo ci saranno sempre (in maniera maggiore e minore), se vogliamo continuare a vivere in questo mondo (cioè senza scappare in un deserto isolato). Premesso questo, anche se con piccoli compromessi, continuare ad agire per sovvertire l’ordine delle cose mi sembra sia l’unica possibilità che ci è concessa.


Il testo di "Rooms" tratta l'hardcore visto come arma per combattere il grigiore quotidiano, l'apatia e lo smarrimento. Purtroppo, molte persone credono che il muoversi all'interno di questo "micro sistema" sia solo un'alternativa figa fatta solo di tatuaggi colorati, vestiti all'ultima moda e atti da finto ribelle. A me sinceramente hanno sempre provocato grosse risate, e mi fa molto piacere se scompaiono nel giro di poco... Cosa ne pensate?
E.: sottoscriviamo tutto. Purtroppo anche l’hardcore all’interno di questo sistema di relazioni, non può non riflettere (sperando almeno in misura minore) le storture dell’esistente dato. E’ anche difficile trovare i responsabili e dare delle colpe precise, dato che tutti noi trasmettiamo involontariamente dei valori sbagliati (ma è più forte di noi, siamo cresciuti da secoli dentro questi valori sbagliati)! Inoltre spesso il nostro linguaggio tradisce un’articolazione del mondo a cui noi spesso non facciamo caso: parliamo di "scena" hardcore, punk, crust, grind; e scena vuol dire proprio creare un palcoscenico dove noi recitiamo come maschere e caratteri prestabiliti. Il palco e il sottopalco sono degli spazi in cui ci si mette in mostra, che noi vogliamo o meno. Bisogna innanzitutto prendere consapevolezza di questo, e magari così riuscire a capire in che modo sbagliamo e in che modo ci "mettiamo in scena". Ma in questo modo non voglio togliere la responsabilità a quelle persone che frequentano il sottobosco appositamente per fare carriera e diventare famosi all’interno dell’hardcore, dato che nel mondo convenzionale non ce la farebbero mai. A volte l’ambito punk e hardcore diventa la possibilità per i poveri di far carriera e di darsi visibilità. Ogni ottica imprenditoriale e arrivista all’interno del mondo punk deve essere combattuta, o forse meglio, smascherata e presa in giro. Prendendo per il culo e ironizzando su determinati comportamenti, è possibile infatti smascherarli e disattivarli.

Il testo "Semplice Presenza Opaca" tratta un tema che è assai raro che un gruppo hardcore tratti: i tatuaggi e il loro sdoganamento verso le masse. Se una volta erano il simbolo di emarginati, ora sono ben presenti anche sul braccio della sessantenne che va a fare la spesa al lunedì mattina. Premettemdo che ognuno è libero di fare ciò che vuole, non credete che si sia totalmente perso il fattore comunicazione a favore di disegni sì ben fatti, ma che stringi stringi il più delle volte sono solo stati creati per essere sfoggiati in spiaggia durante l'estate?
E.: il tatuaggio è una cosa che mi attrae troppo e allo stesso tempo mi fa troppa paura. Quando un tempo era un modo per marcare la propria diversità e indifferenza verso un mondo che voleva tutti puliti e lavoratori, il tatuaggio aveva una forza dirompente. Ora mi sembra un accessorio in più da mostrare nella vetrina di Facebook o di Instagram, spettacolarizzazione incancrenita sui nostri corpi. E, se si riflette su questo, non può che spaventare. Il testo di "Semplice Presenza Opaca" in ogni caso, non è una dichiarazione di guerra contro il mondo dei tatuaggi (il nostro chitarrista Claudio Scialabba è un grande tatuatore e spesso ci informiamo e seguiamo il suo lavoro), ma solo una presa di coscienza. Riflettere su cose date per scontate, permette di decidere e prendersi le proprie responsabilità, piuttosto che lasciarsi trasportare dalla corrente, tutto quì!

Con questa domanda mi ricollego alla seconda: nel brano "Post Fata Resurgo" vi domandate se abbia senso scrivere ancora dei testi. La risposta che vi date è "Si", perchè è "Come cercare Infinite Chiavi Per Aprire Infiniti Cuori"... Ma molto spesso questi "Cuori" comprano il disco, lo mettono sù e i testi non li considerano neppure...
L.: questa domanda è interessante effettivamente. Credo che comunque (almeno per come sono fatto io) che se una canzone/disco mi piace molto mi viene spontaneo leggere il testo e magari riflettere sul contenuto. Probabilmente se non si arriva a leggere il testo non si è trovata la combinazione esatta tra serratura e chiave. Il senso di questo testo è proprio questo... Migliaia di gruppi e centinaia di messaggi re-interpretati e plasmati ai gusti/esigenze di ogni band. Sono arrivato alla conclusione, proprio riflettendo su questo testo, che è giusto che i gruppi nascano non solo “per alimentare un incendio” ma per cercare di espanderlo il piu possibile. Il primo gruppo punk che ho ascoltato, o almeno il primo che mi ha colpito molto, per esempio, sono stati i Derozer, probabilmente senza di loro io non sarei qui. Loro hanno trovato la “Chiave Che Apriva Il Mio Cuore A Questo Mondo”. Sicuramente il tuo colpo di fulmine (se cosi lo possiamo chiamare) lo hai avuto con un altro gruppo, gli altri Nofu con un altro gruppo ancora (per Claudio quasi sicuramente con gli Slayer). E’ chiaro la fama dei gruppi con cui si va in fissa è relativa. Sicuramente molti sono diventati punk perché il vicino/cugino aveva un gruppettino con cui ha suonato alla festa del liceo e che si è sciolto il mese dopo ma sono loro sono ancora qui e magari hanno fatto gruppi assurdi con i quali stiamo in fissa tutti e grazie ai quali alcuni si sono affacciati a questo mondo. E’ un continuo “Risorgere E Morire”.

La paura più grande che riscontro nei vostri testi è quella di ristagnare per sempre nelle torbide acque della mediocrità. Un'esistenza fatta di gesti meccanici, senza emozioni, senza energia, in una catena sempre uguale... In che modo, a parere vostro, possiamo rompere questa catena?
E.: prendere coscienza del mondo di apparenza in cui viviamo, combatterlo materialmente e disattivarlo a livello teorico. Vedere nell’ultima moda, nel progresso, nel lavoro e nella carriera, nei divertimenti imposti, delle illusioni che cercano di coprire lo schifo reale a cui siamo condannati. Studiare il funzionamento del mondo, rivelare l’apparenza che copre la realtà delle relazioni, permette di agire. Comprendere il mondo non è solo un’attività teorica, ma anche pratica: una volta capito la presa in giro in cui viviamo, nessuno vorrebbe più essere preso in giro. E combattere materialmente quì e ora diventa un’azione non ideologica, ma non rimandabile e necessaria. Creare relazioni non mediate dal denaro, come può essere in un certo tipo d’hardcore, potrebbe essere un primo modo (ma che deve essere seguito da altri) per riprendersi le proprie emozioni ed azioni.

Il concetto di "lavoro" è un altro tema che vi sta particolarmente a cuore. Il "lavoro" visto che semplice mezzo per guadagnare soldi per alimentare la grande e sempre più vorace macchina del capitalismo, per alimentare un sistema corrotto e marcio anche quando si è nel proprio "tempo libero". Si dice che "il lavoro nobilita l'uomo", ma forse sarebe il caso di rivedere quella definizione...
L.: assolutamente il tema del lavoro è quello sul quale mi soffermo più spesso. Quando ho discusso con Emanuele riguardo un testo sul lavoro volevo che non fosse un testo banale/slogandistico su quanto non mi andava di alzarmi la mattina. Durante la discussione ho cercato di far capire ad Emanuele la mia presa di coscienza rispetto a questa piaga. Sono veramente arrivato alla conclusione che la nostra vita e la nostra educazione siano solo strumentali a farci diventare un ingranaggio perfetto all’interno del sistema capitalistico. Quando ho ricollegato che da piccoli i nostri genitori ci chiedono divertiti “Che cosa vuoi fare da grande?” mi è venuta la pelle d’oca. Fin da bambini siamo indottrinati a pensare quale sarà il nostro ruolo nella società, perchè in fondo il nostro ruolo principale è avere un ruolo. L’educazione, sempre più finalizzata “all’ingresso del mondo del lavoro”, non è altro che un rifinire la nostra forma al fine di diventare un ingranaggio ben allocato. Il weekend è solo un fermo produzione per ricaricare la batteria. I giorni sono scanditi da 8 ore lavorative e 8 ore di sonno necessarie a lavorare con efficacia il giorno dopo. Le altre restanti 8 ore (straordinari, viaggio per andare e tornare da lavoro permettendo) sono quello che definiamo libertà/tempo libero. Quando siamo anziani siamo inutili, siamo in fila per la rottamazione. E’ chiaro che questa visione del mondo è tanto estrema quanto triste, ma a volte mi sento veramente in questo modo.

Voi venite da Roma, una città che negli ultimi mesi è stata travolta da scandali come "Mafia Capitale" e di recente pure la morte di un bambino nella metrò... Cosa sta succendendo? Come la vivete questa situazione?
L.: a dire il vero siamo abbastanza disinteressati a questo tipo di argomenti. Penso solo che sia un triste iceberg della penisola. Non ci scordiamo che l’Italia è la prima nazione in Europa per corruzione... Non vedo perché scandalizzarsi cosi tanto per questo episodio... Il bambino poteva morire in qualsiasi altra città!


Ho riso di gusto quando Papa Bergoglio ha annunciato l'apertura di un dormitorio con 30 posti letto per altrettanti indigenti... Credo si sarebbe potuto sforzare un pochino di più, ma d'altronde dimostra ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) che la Chiesa è solamente un grande "involucro vuoto"... Che rapporto avete con essa e con la religione in generale?
E.: la religione cristiana, soprattutto nella sua deriva cattolica, è ed è stata un’immensa macchina di consenso tra gli strati meno istruiti della popolazione, un tremendo dispositivo di potere, disciplinamento e docilità. Ma esistono tanti tipi di religione, molti dei quali dannosi, di cui il capitalismo è quello attualmente più forte: è un culto infinito che si pratica nel comprare, e l’accumulazione di risorse è l’unica fede dell’uomo contemporaneo. Come qualcuno ha scritto (Agamben) il latino religio viene da relegere, che vuol dire relegare, separare l’umano dal divino, e rendere ciò che è stato relegato intoccabile ed eterno. Ogni cosa resa sacra dalla religione, deve essere profanata (che è il procedimento contrario a quello della consacrazione), e in questo modo restituita all’uso degli uomini. La religione cioè, nel momento in cui diventa un dispositivo di sacralizzazione e di illusione, è da combattere e da svuotare.

L'Europa sta colando a picco... La faccenda greca, l'essere totalmente incapaci di gestire i fenomeni immigratori, politiche di austerità che considerano le persone solo dei numeri e dei limoni da spremere, grandi riunioni a Bruxelles che non portano assoluramente a nulla... Che sia il momento di dichiarare la morte di questo progetto? Quale potrebbe essere un'alternativa, diversa dalle farneticazioni di un sottosviluppato come Salvini?
E.: le soluzioni reazionarie e nazionaliste al problema (come quella dell’Europa dei popoli, dove ogni popolo sta a casa sua, ma nei limiti dei propri infami confini siamo tutti uniti contro gli stati uniti) sono anch’esse delle mitologie illusionistiche. Finchè si continua a credere ai fantasmi e alle superstizioni, agli Stati e alle organizzazioni sovranazionali, non si arriverà mai a niente di diverso. Dove esiste il diritto, ci sarà qualcuno che è senza diritti (e per questo lasciato morire in mare), dove ci sono confini, ci sarà qualcuno che è al di fuori dei confini. A voi le conclusioni.

Le correnti xenofobe in Italia (cosiccome in Europa), il becero populismo (di persone che fino a ieri hanno pepetrato il sistema che oggi vorrebbero abbattere), stanno inquinando e facendo degenerare la politica, ridotta a cloaca dove ognuno dice la sua senza un minimo di cognizione. Voi vi dichiarate un gruppo anarchico... Come rispondete a tutto ciò?
E.: non è corretto da parte nostra dichiararci un gruppo anarchico, dato che non tutti ci etichettiamo sotto questa etichetta, e ognuno di noi ha diverse visioni. Sono sicuro nel rispondere a nome di tutti, che non abbiamo nessuna fiducia nella politica parlamentare, nei movimenti di massa, e ovviamente nei movimenti xenofobi. Le istanze da te citate, tra cui le correnti xenofobe e il populismo, si basano sullo stesso metodo: colpire gli istinti più bassi delle persone ignoranti, giocare a canalizzare la rabbia, la paura e l’esaltazione delle persone. Creare capri espiatori, colpevoli e soluzioni facili sono i fantasmi usati da coloro che gestiscono le masse. Il problema è sempre quello del mondo dei romanzi di Kafka (a cui abbiamo dedicato una canzone in "Mitociclicità", "Joseph K."): se c’è una legge che governa il mondo, ma questa legge non si riesce a decifrare, da uomini ci trasformiamo in animali, ed andiamo a sbattere di corridoio in corridoio senza capire nulla. Se si conosce il funzionamento delle cose, se si riesce a decifrare la legge che governa il mondo, è difficile venire presi in giro.

L'ultimo pezzo del vostro lp è una cover dei Negazione, "Qualcosa Scompare". Noto che è presente un filo conduttore fra quel testo e le parole delle vostre canzoni... Non credo la scelta sia stata casuale...
E.: i Negazione sono il mio gruppo preferito da quando ho 15 anni, riescono dopo tanto tempo ancora a farmi venire la pelle d’oca. E sono anche il gruppo che unisce i gusti musicali differentissimi di tutti i membri dei Nofu, è una cover che facciamo dalla terza prova che abbiamo fatto e che penso non toglieremo facilmente dalla scaletta. Il testo di “Qualcosa Scompare” inoltre è di una chiarezza e profondità incredibili, lascia senza parole. Se è presente un filo conduttore tra le parole di Qualcosa Scompare e le nostre, è semplicemente perchè sono la nostra più grande ispirazione. Primo crossover thrash, sbilenco e claustrofobico, aperture melodiche, testi politici e genuinamente emotivi... Non riesco a pensare a nulla di meglio, e tu? (Neppure io, ndr).

In che rapporti siete con la scena hardcore di Roma? Quali sono i gruppi con i quali siete più legati? Come la giudicate e se riuscite a suonarvi spesso...
E.: siamo legati da amicizia e componenti in comune con i XkateXmoshX (powerviolence, condividiamo il Gianluca, il batterista), gli Shred (skate punk, condividiamo Claudio, il chitarrista) e i XcenereX (ci suoniamo io e Gianluca). Inoltre ci sono bei gruppi come i Leviathan, i Ludd Rising, gli straordinari Anti You (tutti siamo cresciuti ai loro concerti), i Gta, i Lexicon Devils, i NoConfidence, gli Hellbreath, i Dirty Jobs, gli Ultimi, i Lafuria... Quindi non c’è moltissimo ma quello che c’è è buono... Poi purtroppo Roma è una città enorma e apatica, e spesso questo si riflette anche sull’hardcore, dove nel tempo si sono susseguiti anche diversi gruppi tough guy e simili, roba che personalmente vedo poco affine con quello che intendo io per hardcore.

Appena ho letto il nome del gruppo, mi son subito venuti in mente due cose: il tofu e i Nofx... Apprezzate entrambi? Il recondito significato, invece?
L.: ahahah! Effettivamente apprezziamo entrambi. Nofu nasce dall’unione di Nofx (uno dei pochi gruppi che condividiamo tutti come ascolti) e Noffu, il soprannome di una nostra cara amica. Diversamente dai testi non ha alcun senso. Ci piaceva molto come suonava. Considerando che le altre opzioni per il nome erano GerryColo e Bit Buy it Bite , quindi direi siamo soddisfatti del nome definitivo...

Una cosa che ho apprezzato tantissimo, è la grafica del disco, dalla copertina, fino al foglio interno, al modo in cui tutto è stato stampato. Mi ricorda i primi dishi 625thrash o quelle oscure compilation power violence californiane... Come è avvenuto il processo di creazione, perchè vi siete affidati alla tecnica del "taglia e incolla" e chi ha disegnato la copertina? Che significato gli attribuite?
L.: la copertina, come tutte le grafiche dei Nofu, è stata curata da Claudio Scialabba (il nostro chitarrista). Il taglia/incolla è stato fatto da Emanuele.
C.: il taglia/incolla del foglio interno e' soltanto un richiamo al mondo diy, i dischi che ci sono sempre piaciuti e ci ispirano contengono inserti fatti allo stesso modo, con collage di foto e testi. Un modo in più per far vedere che le cose ce le facciamo da soli, come si faceva una volta, senza il bisogno della fredda grafica a computer, che a parer mio si accosta molto male al suono di questa musica e al contenuto dei testi. La copertina invece è una sorta di metafora visiva di quello che è il significato di mitociclicità, già spiegato da Emanuele. Il mare in tempesta può rappresentare la ciclicità del tempo che si ripete nei stessi gesti inesorabilmente al quale siamo completamente inoffensivi, in cui affoga il ciclope, in questo caso il "mito", la nostra società incapace di produrre qualcosa di nuovo perché perpetuamente schiacciata dal sistema capitalistico, raffigurato in un mostro marino di cui non possiamo vedere bene la sua forma, che blocca e rende inerme il mito.


Il vinile è stato il frutto di svariate collaborazioni fra etichette... E' stata dura organizzare il tutto? Come mai vi siete affidati ad una "cordata" così vasta di label? Molti gruppi si affidano solo a tre massimo quattro etichette, oppure se lo autoproducono direttamente...
L.: è stato un lavoro molto lungo e duro. La ricerca è incominciata a Luglio 2014 ed è finita pressappoco a Gennaio 2015. Il duro è stato più che altro trovare le etichette che ci supportavano e combattere con mille preventivi (e con le “elefantiche” tempistiche del gruppo). Le etichette sono state super pazienti e gentili con noi. Non finiremo mai di ringraziarle. Per quanto riguarda la vasta cordata di label volevamo che il disco girasse il più possibile e onestamente avevamo paura di fare un investimento cosi grande da soli. Anche se cerchiamo di suonare spesso (suoniamo per questo) sarebbe stato impossibile smazzare 300 copie e probabilmente la maggior parte sarebbe rimasta accantonata nei nostri garage per i prossimi 50 anni. Il nostro disco (complice i testi in italiano) non sarebbe mai arrivato in Germania, Repubblica Ceca e in America se non ci fossero state etichette locali che ci supportavano. Aldilà degli aspetti pratici è stato bello condividere questo parto plurigemellare con altre persone e soprattutto è stato stupendo venire in contatto con loro. La maggior parte delle copie le abbiamo consegnate a mano e abbiamo avuto modo di conoscere gli eroi delle etichette di persona. Con l’etichetta americana (Get Better Records) per esempio è nato un rapporto bellissimo che continua tutt’ora e che è nato con uno scambio di dischi e che sfocerà, si spera, in un tour negli States. Herbert, aka Coniglio (Rauha Turva Records), si è fatto un paio di giorni con noi in tour e ci siam divertiti. Credo che se avessimo autoprodotto tutto ci saremmo persi queste occasioni, lo sbattimento logistico è stato ampiamente ripagato. Per citare i R.A.M.B.O.: “Do It Yourself or Do It With Friends!”.

Avete all'attivo un demo ed uno split 7" con gli Antimonitor... Credete di esservi evoluti nel nuovo disco? Come è nata la collaborazione con gli Antimonitor? Ne siete soddisfatti?
L.: con gli Antimonitor ci siamo conosciuti il 21 marzo 2013 in una serata a Villa Panico a Firenze e da li è stato tutto semplice e genuino. Dopo poco hanno incontrato Gianluca (il nostro batterista) ad una serata che avevano organizzato per i XkateXmoshX e ci han chiesto di splittare. Purtroppo noi eravamo già proiettati all'lp e il nostro contributo alla realizzazione si è fermato alle grafiche (fatte dal nostro chitarrista Claudio). Per il resto gli Antimonitor si sono sbattuti per etichette, preventivi e hanno fatto uscire il disco. Senza di loro inutile dire che non si sarebbe fatto; e nel dire questo oltre a ringraziarli ammetto di vergognarmi un po'... Come siamo super soddisfatti di come è uscito e le tracce degli Antimonitor ci piacciono parecchio! Per tornare ai pezzi il nostro lato dello split è composto da un pezzo vecchio al quale siamo legati molto: “Io Ho Bisogno Di Te”, tra l’altro uno dei pochi pezzi della cassetta che suoniamo ancora, una cover e due pezzi inediti. Quei due pezzi sono stati scritti nel periodo in cui io ero a Bologna e Valerio (Gas Attack, Fourth Sin, Dirty Jobs) era al basso al mio posto. La sua influenza si sente moltissimo e non credo che pezzi cosi possano essere piu concepiti (“Skiagrafrein”, “Non Sei Più Tu”). Dallo split al disco penso ci sia un vero è proprio stacco... Non so se chiamarlo evoluzione o meno.

Credo di avervi chiesto tutto... Grazie e se volete aggiungere qualcosa, fate pure...
E.: sono stremato da questa intervista, ho detto più di quello che avevo da dire ahahah! A parte gli scherzi grazie per le grandiose domande, il lavoro che svolgi con Forthekids è estremamente interessante, grazie a te ho avuto modo di sentire cosa avevano da dire mille personaggi dell’hardcore degli anni ’90 e mille amici con cui condividiamo i palchi in questi anni!
L.: grazie mille dell’intervista! Ogni volta è un modo per fermarsi e riflettere alle cose che facciamo e che diciamo. Approfitto per un piccolo spazio pubblicitario: il 2-3 ottobre stiamo organizzando con alcuni amici la terza edizione del Breath! Fest. Quest’anno lo faremo allo ZK Squatt di Ostia. Ci saranno tantissimi gruppi e spero la stessa atmosfera delle edizioni precedenti! Per il resto YO!
C.: oi! J.: sono pazzo. Aiutatemi.

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