domenica 7 febbraio 2016

Seventh.


Seventh sono un gruppo decisamente interessante. Il loro post metal tinto di sperimentazione mi ha ammaliato da subito, anche perchè attualmente in Italia non ci sono molti gruppi che suonano come loro. Ho rivolto un pò di domande ai due fondatori, Max e Tum.

Vorrei partire parlando un po' dei due video che avete realizzato recentemente. Entrambi mi hanno parecchio incuriosito. Il primo è quasi un fermo immagine, il secondo è un vero e proprio mini film. Come siete arrivati alla loro realizzazione? A chi vi siete affidati per crearli? Ne siete soddisfatti?
Max. Per entrambi i video ci siamo affidati ad Alessandro Cavestro, un nostro carissimo amico veramente talentuoso. Per il primo, "The Exile", abbiamo deciso di usare riprese molto statiche e d’ambiente, che riprendessero i paesaggi della zona in cui io e Tum viviamo. Dalle nostri parti non c’è veramente niente, solo campi semi-deserti, fiumi, bar, e nebbia per buona parte dell’anno. Malgrado queste "avversità", siamo molto legati al nostro territorio e indubbiamente ci ha enormemente influenzato durante la stesura di "The Herald", e per questo abbiamo voluto impostare così il nostro primo singolo. Per quanto riguarda il secondo video, "The Apostate", abbiamo creato insieme ad Alessandro tutto il concept, cercato le location e poi sviluppato lo storyboard. Volevamo un video che si discostasse dai soliti cliché del genere, dove la musica facesse da vera e propria colonna sonora alle varie scene, senza usare i classici e ormai noiosi playback. Posso dire che ci riteniamo enormemente soddisfatti; Alessandro ha fatto un lavoro eccellente e siamo felicissimi d’aver collaborato con lui.

I Seventh sono partiti come un progetto a due mentre ora vi siete allargati a 5 elementi. Cesco, batterista degli Zeit, ha suonato sul vostro debutto “The Herald”. Come mai non avete proseguito come duo, magari accompagnandovi dal vivo con lui stesso oppure con un session man?
Tum. I Seventh sono stati "costretti" a lavorare in due: quando abbiamo iniziato ad abbozzare i primi pezzi di "The Herald" lo abbiamo fatto solo io e Max perché all’epoca non trovavamo altre persone che potessero dedicarsi al progetto in modo serio e costante. Avevo qualche riff e qualche struttura base di alcuni dei pezzi che poi sono finiti sul disco, e parlando con Max abbiamo deciso di proseguire con la stesura dei brani e di entrare in studio per registrarli. Con gli anni per fortuna abbiamo conosciuto davvero tante persone, buoni amici e validissimi musicisti, quindi abbiamo pensato che sarebbe stato molto più immediato evitare "provini" e annunciare che cercavamo membri solo una volta concluso il disco, in modo da far capire esattamente le nostre intenzioni e la nostra proposta a livello musicale. Cesco, come è già noto, ha dato un apporto fondamentale ai pezzi e per questo non finiremo mai di ringraziarlo; sapevamo fin da subito che non avrebbe potuto restare come membro fisso visti i suoi impegni con gli Zeit, quindi avevamo messo in conto di dover trovare una formazione completa per poter eseguire i brani dal vivo.

Ora che la band si è allargata a cinque, credete che in futuro ci saranno delle evoluzioni nel suono del gruppo?
Max. Certo, abbiamo tutti influenze e ascolti differenti e questo porterà ovviamente ad un evoluzione del nostro sound. Sicuramente, però, lo spirito Seventh non verrà intaccato.

Di recente avete tenuto i vostri primi due concerti. Come sono andati? I nuovi membri si sono amalgamati bene con voi due “fondatori” oppure credete che ci siano ampi margini di miglioramento?
Max. Siamo molto soddisfatti dei nostri primi due live, abbiamo avuto l’occasione di condividere il palco con due band che stimiamo moltissimo (e consigliamo) come Zeit e Organ, e di suonare in due situazioni diverse che ci hanno permesso di comprendere le nostre potenzialità come band e quello su cui dobbiamo lavorare. Con i nuovi membri abbiamo un ottimo rapporto, anzi prova dopo prova vedo accrescere sempre più affiatamento sia a livello musicale che umano.

Dal vivo avete deciso di modificare in alcune parti i pezzi per renderli maggiormente adatti all'esperienza live, oppure li eseguite uguali identici al cd? Ve lo chiedo perché mi è capitato spesso di ascoltare gruppi come il vostro che per essere maggiormente impattanti on stage, fanno delle piccole modifiche alla struttura dei pezzi...
Max. In generale abbiamo cercato di mantenere l’esperienza live il più simile al disco, inserendo, pure, i vari intermezzi presenti nel disco. Ovviamente, alcune parti son state riarrangiate e adattate per farle rendere al meglio ma, in generale, la struttura dei pezzi è rimasta quasi del tutto inalterata.

I Seventh dal vivo sono diversi dai Seventh su cd? Mi spiego meglio: credete che le canzoni dal vivo suonino diverse rispetto a quelle registrate?
Max. Come ho detto precedentemente, cerchiamo di suonare il più possibile simili rispetto al disco. Abbiamo lavorato molto sulle atmosfere di "The Herald", quindi sarebbe uno spreco non riproporle live il più fedelmente possibile. Poi sicuramente dipende anche dalla location in cui ci si trova a suonare: in una "situazione hardcore" magari lasciamo stare l’uso dei sample e si spinge con una scaletta più serrata, mentre in locali con buoni impianti si può puntare di più sulle atmosfere. Dopo questi primi due live abbiamo capito che fortunatamente possiamo adattarci un po’ ad ogni situazione.

Quando “The Herald” è stato composto, eravate un duo. Ora che avete tre nuovi membri, i pezzi potrebbero subire delle leggere modifiche, magari proposte anche dai nuovi membri?
Max. No, tranne magari qualche passaggio di batteria adattato allo stile di Marco (il nuovo batterista) e altre riarrangiamenti qua e là le canzoni son rimaste praticamente identiche alle originali.


Il vostro primo lavoro è una sorta di concept album su di un uomo, che (correggetemi se sbaglio) è poi colui che da il titolo al vostro lavoro, il quale prende coscienza di se attraverso il raggiungimento del proprio “Io”. Da cosa è partita l'idea di creare questa sorta di “cammino”, che poi si sviluppa nelle sette tracce contenute nel cd e nella tape?
Max. Esatto, "The Herald" lo si può definire come un vero e proprio percorso. Quando io e Tum ci siam trovati a progettare l’album, siamo stati d’accordo fin da subito nel voler fare un concept album. Abbiamo più o meno lo stesso background a livello letterario quindi abbiamo iniziato ad attingere spunti e idee dalle nostre opere e autori/filosofi preferiti: Eliot, Milton, Melville, Nietzsche, Stirner, ecc. Inoltre essendo appassionato di storia antica, mitologia babilonese, storiabiblica, ed esoterismo, ho pensato di arricchire il tutto con questo tipo di influenze. L’idea di questo cammino ci è venuta appunto da tutto questo background e da una serie di circostanze e situazioni che ci sono capitate. Non è stato un "parlarne perché fa figo farlo" ma perché era una cosa che ci sentivamo di esprimere.
Tum. Ci sembrava che proporre un disco che avesse un concept alla base conferisse al tutto molta più coerenza, oltre ad essere una forma di espressione che personalmente apprezzo molto. Abbiamo lavorato molto anche sulla stesura dei testi, cercando di renderli quanto più evocativi possibile. Sia io che Max abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo all’importanza dei testi nell’economia di un disco, e presentare dei testi poveri di contenuto coerente è stata un’opzione che abbiamo scartato fin da subito.

Una delle possibili traduzioni di “Herald è “Nunzio”. Solitamente è colui che porta delle novelle... In questo caso lo possiamo interpretare come colui che porta con sé la novità del cambiamento, spiegandoci (attraverso i sette passi) come raggiungere la presa di coscienza finale che ci permetterà di vedere il mondo che ci circonda con occhi nuovi?
Max. Sì, io vedo "The Herald" come una vera e propria ribellione verso dogmi, valori morali e religiosi. Il nostro personaggio durante i sette atti, cammina, cade, scala, si arrampica, si ribella a regole e preconcetti, insomma non è mai statico, è sempre in movimento e guidato dalla sua volontà di liberarsi da questa sorta di catene. E’ una allegoria dei giorni nostri: siamo letteralmente oppressi da dogmi, doveri morali e religiosi di stampo medievale; siamo nel 2016 ed esistono ancora fanatici religiosi, creazionisti, guerre sante, paura dell’ignoto e ignoranza sempre più dilaganti, e tutto questo ci sta portando ad un nuovo vero e proprio medioevo. Ecco cosa rappresenta "The Herald": la volontà di dire no a tutto questo, la volontà di ribellarsi all’ignoranza. Questo personaggio puoi vederlo come un moderno Lucifero o Prometeo, quindi un portatore di luce, ovvero conoscenza.
Tum. Con "The Herald" non volevamo avanzare pretese di un metodo universale per l’autorealizzazione o per la giusta strada da percorrere. Abbiamo idealizzato questo personaggio per comunicare un messaggio semplice ma che secondo il mio punto di vista viene talmente dato per scontato che si sta via via perdendo di vista, ovvero quello della possibilità di compiere scelte da soli, guidati solo dalla propria coscienza ed escludendo la mediazione di religione o regole imposte, che spesso stridono e sono incoerenti anche nella loro struttura interna. Il concetto alla base è una rivisitazione della questione del libero arbitrio, ma spogliato della sua controparte che lo fa derivare dal divino: in sostanza, credo (crediamo) che la facoltà di compiere delle scelte che condizionano la vita e il futuro di ognuno di noi sia insita, e talvolta sopita, nella nostra natura e non è da attribuire ad una concessione da parte di un’entità trascendente. Dio, o qualsivoglia essere superiore non è nient’altro che una pura invenzione e debolezza degli uomini, un’autolimitazione insensata che limita lo sviluppo della propria coscienza. "The Herald", il protagonista del nostro concept, si eleva fino a diventare una sorta di Dio lui stesso, a simboleggiare che ognuno, da solo, se fortemente determinato e libero da vincoli religiosi o morali, può realizzarsi appieno.

Il raggiungimento di una piena coscienza di se stessi porta indubbiamente a nuove scoperte, all'abbandono di ciò che fino al giorno prima si dava per certo e a notevoli sacrifici. Voi, personalmente, siete ancora alla ricerca del vostro Io oppure credete di averlo trovato? Questa ricerca ha effettivamente una fine, oppure quando si raggiunge il traguardo, bisogna non adagiarsi sul risultato raggiunto?
Tum. Credo che la ricerca dell’Io sia una delle costanti nella vita di ognuno di noi, e credo che nella maggior parte delle volte sia una ricerca infinita e vana. Non credo sia possibile smettere di cercarsi data la nostra inclinazione a cambiare, trasformarci, evolverci: il concetto dell’Io è qualcosa di estremamente fragile e soggetto al cambiamento. Per come la vedo io è difficile fermarsi e dire di aver compreso perfettamente quello che siamo e mettere la parola "fine" alla ricerca interiore. Ovviamente una volta raggiunto il traguardo prefissato è necessario guardare ancora oltre e cercare di progredire sempre verso nuove direzioni.

La copertina di “The Herald” mi ha affascinato da subito. Sembra essere una clessidra che misura l'inarrestabile scorrere del tempo. Almeno io l'ho interpretata così. Voi invece che significato le attribuite? Può essere intesa come uno sprone al fatto che tutti dovremmo cercare e trovare il nostro “Io” per poter vivere con maggior intensità e coscienza la nostra esistenza, finchè siamo ancora in tempo?
Max. La copertina rappresenta sì una clessidra e quindi l’inesorabile scorrere del tempo ma, allo stesso tempo, al centro puoi trovare la Stella del Mattino, l’annunciatrice della rinascita perpetua del giorno e quindi il simbolo dell’eterno ritorno; la si può vedere come la guida e l’Io stesso del protagonista del nostro concept. Quindi sì, rispondendo alla tua domanda, noi la vediamo così: l’esistenza può migliorare solo se prima di tutto si migliora se stessi; appoggiarsi a terzi è totalmente inutile e ci ritrova a percorrere il solito circolo vizioso.


Aprendo il booklet, sono rimasto molto colpito dal lavoro grafico che avete fatto, molto semplice ma di grande effetto. Da dove avete tratto le immagini che accompagnano ogni singolo brano che compone questo lavoro? E'stato complicato tradurre visivamente ciò che suonate, oppure è stato tutto molto naturale ed una logica conseguenza?
Max. Volevamo valorizzare ogni singolo testo, quindi abbiamo deciso di far disegnare sette illustrazioni, più una che rappresentasse il disco stesso, in stile tarocco ad Alessandro Fogo (Le Mort Joyeux). All’inizio non è stato facile riuscire a comunicare a livello visivo le varie situazioni delle sette canzoni ma, a mio avviso, Alessandro è riuscito nell’intento alla grande. Tutta l’estetica creata attorno a "The Herald" è stata fatta con lo scopo principale di far immergere ulteriormente l’ascoltatore nelle atmosfere del disco. La copertina è priva del nostro nome e del titolo del disco proprio per una scelta personale: nessuna distrazione puramente commerciale, solo puro, semplice e coerente contenuto.

Il suono dei Seventh è molto cupo, oscuro ma allo stesso tempo ammaliante. In esso c'è molta durezza, ma anche molta dolcezza. In particolare l'uso delle voci è esemplare. Siete d'accordo?
Max. Grazie per il complimento. Sì, abbiamo cercato di rendere le canzoni più dinamiche possibili, non come dimostrazione tecnica/compositiva, ma per la volontà di riuscire a creare delle immagini e degli stati d’animo mutevoli nelle menti degli ascoltatori. Per lo meno, questo era l’obbiettivo di base; speriamo d’esserci riusciti.

Che tipo di influenze ha un gruppo come i Seventh per ciò che riguarda la musica, l'arte e la letteratura?
Max. Musicalmente parlando sono di mentalità molto aperta. Ascolto veramente di tutto se di base c’è della qualità. Comunque i miei generi di base sono sicuramente la corrente sludge/ post-metal/avantgarde, il punk hardcore vecchia scuola (soprattutto italiano), e il black metal vecchia scuola. Nell’ultimo anno mi sono preso bene con il dark folk e tutta la musica tradizionale orientale, soprattutto quella mongola. A livello artistico adoro le miniature medievali e tutto il lavoro di incisioni di artisti come Dürer e Doré, e comunque anche l’arte tribale e quella antica: pittura rupestre, maschere, scrittura pittografica, e via dicendo.
Tum. a livello di ascolti anche io ascolto una grande varietà di generi, e la mia lista di gruppi preferiti potrebbe essere potenzialmente infinita. Sono un grande fan del filone dei romanzi gotici/horror, da Stoker a Allan Poe, a Chambers e Lovecraft. A livello artistico anche a me piace tutto quello che riguarda l’arte tribale e folkloristica.

Provenite dall'area veneta che gravita attorno al VeneziaHc. Quello che è stato creatodalle vostre parti mi ha lasciato (e continua) a lasciarmi a bocca aperta. Erano anni che in Italia non si vedeva una scena così compatta e soprattutto una serie di gruppi di livello qualitativo così alto. Secondo voi, da cosa è dato tutto ciò?
Max. Sicuramente dall’alto grado di sbattimento di Samall e degli altri ragazzi del collettivo; sono sempre carichi e non si fermano davanti a niente, anzi c’è una costante volontà di crescita. Poi, sicuramente, la qualità dei gruppi: Slander, Danny Trejo, Discomfort, Hobos, Oltrezona, ecc sono tutte band veramente potenti sia a livello musicale che scenico; il perché siano nate tutte praticamente nella stessa zona e negli stessi anni non so dirtelo, ma lo vedo un po’ come quei rari casi già storicamente accaduti: vedi la scena torinese e bolognese degli anni ’80.

Quali progetti avete in futuro?
Tum. Di sicuro vogliamo portare "The Herald" dal vivo il più possibile, fuori dal Veneto e se si presenta l’occasione anche fuori dai confini italiani. Per quanto riguarda la composizione di nuovi pezzi possiamo dire che non è così distante quanto qualcuno potrebbe pensare, sarà un’esperienza nuova a livello di composizione ora che la band è al completo e non vediamo davvero l’ora di rimetterci sotto in sala prove e lavorarci.

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