giovedì 16 giugno 2016

Valeria Disagio (Kalashnikov Collective).


Quando Valeria mi ha scritto dicendo che l'intervista stava prendendo forma, ma era venuta fuori leggermente troppa lunga, mi è scappato un sorriso. Le ho semplicemente detto che aveva carta bianca totale. Bene, ha seguito il mio consiglio e mi ritrovo con una bella e molto costruttiva chiaccherata in cui le ho chiesto di parlarmi dei Kalashnikov (che recentemente hanno condiviso un 10" con i Contrasto) e in generale come se la vive dentro e fuori l'hardcore punk. Si è fatta aiutare (in alcune risposte) da Stiopa, Nonno e Sarta, che con lei condividono quest'avventura. Mettetevi comodi e buona lettura.

Valeria, comincerei con il chiederti se l'essere stata una fan dei Kalashnikov ti ha effettivamente aiutata quando sei entrata come cantante. Hai avuto una qualche forma di ansia o pressione, oppure ti sei immediatamente trovata a tuo agio? Cosa hai pensato la prima volta che sei salita sul palco on loro e la prima volta che hai ascoltato la tua voce incisa su di un loro pezzo? Venivi da precedenti esperienze? Se sì, ti hanno in un certo modo aiutato o sei dovuta ripartire da zero?
Devo tornare indietro ai primi anni delle scuole superiori per risalire ad un momento preciso in cui ho avuto un gruppo preferito. O che non mi facessi prendere da quel senso di vuoto cosmico e imbarazzo epidermico alla domanda “che musica ascolti”. Questo perché quando ero una giovinetta la musica non era solo musica. Era davvero tutto. Ascoltavo i dischi fino a consumarli, con il libretto delle parole in mano da studiare come se fosse un breviario e ricopiare le frasi più belle sui mille quaderni su cui scrivevo poesie depressive, pamphlet rivoluzionari e riversavo i lamenti di un cuore spesso infranto. Questa cosa mi è successa nuovamente superati i 30 anni coi Kalashnikov e poi con tanti e tanti dischi della scena punk e metal d.i.y. che ignoravo poiché – per motivi professionali e cazzi miei – sono stata per un bel po’ fuori dalla realtà militante, di squat, spazi occupati et simili. Ho sempre lavorato di notte e i weekend, perdendomi quelli che alcuni precoci nostalgici già ricordano come degli anni davvero speciali. Quando poi è nato il Telos ho capito che dovevo “tornare”. Lasciato il lavoro, cambiata vita e all’improvviso mi sono ritrovata ad avere un gruppo preferito che avrei seguito ovunque. Per un anno non ho ascoltato altro. Ogni concerto era un evento sacro! Giuro.
Da subito mi è esplosa dentro un’urgenza. Un bisogno reale di dove far parte di quella cosa. E dovevo farlo al più presto, perché davvero avevano smosso qualcosa in me – e continuano a farlo – che era assopito da troppo tempo! Ho iniziato a collaborare con loro nell’unico modo che credevo possibile: scrivendo. Coinvolgendoli nella creazione di contenuti per la mia fanzine Nihilismi, citandoli ogni volta che potevo intanto che giravo per radio e tivvì a presentare il libro di Discount Or Die... R niente, è nata prima di tutto un’amicizia. Poi ho scritto con Stiopa il testo dei “Cavalieri della tempesta elettromagnetica”, la sceneggiatura nello split coi Contrasto e alla fine, quasi per gioco, ho provato a prendere il microfono in mano quando c’è stata l’occasione. Non sono brava a cantare – non ho mai cantato prima dei Kalashnikov – ma ci metto l’anima. Proprio perché ogni singola parola dei testi dei Kalashnikov ha scavato qualcosa di molto profondo dentro di me. Ed è sempre stato tutto molto naturale. Tranne il soundcheck... Quello sì che mi metteva ansia le prime volte. Mettermi lì a far versi senza significato – ma solo suono - al microfono e sentire la mia voce amplificata. Mi sentivo ridicola... Lo facevo fare a Sarta o al Nonno!

Ci sono delle volte in cui trovi che sia dura suonare in un gruppo come i Kalashnikov? Voglio dire: ci sono state delle occasioni in cui prima di salire sul palco pensi: “Cavolo, facevo meglio a stare a casa con i miei gatti?”. Te lo chiedo perché magari la serata ha preso una brutta piega e la voglia sparisce magicamente in poco tempo...
Suonare nei Kalashnikov è impegnativo. Facciamo le prove a Milano tutte le settimane e siamo impegnati coi concerti almeno due weekend al mese. Più un paio di tour all’anno in posti generalmente freddi e fangosi. Ho lavorato per un po’ in contesti creativo-commerciali-yuppi-nordici e lì i ritmi erano folli (lavoravo 10-12 ore al giorno sotto stress) eppure quando arrivava il giorno delle prove o dovevamo partire per un tour, non ci avrei mai rinunciato. Per che cosa? In cambio di ore di sonno, comfort domestici, serie tv sul divano e pasti regolari? Giammai! Anche perché mangio, dormo e sto meglio insieme a loro stipati in un furgone o a gelarci le chiappe in Siberia che in altre situazioni. Birra e patatine nel sacchetto rappresentano un pasto a tutti gli effetti! Superato il discorso freddo siberiano, caldo eccessivo e l’impossibilità di sedersi sulla tazza del cesso, credo di non ricordare situazioni particolarmente ostili. Ma sono consapevole del fatto che noi Kalashnikov abbiamo una percezione particolare di ciò che è bello, brutto o comodo! La prima volta che ho suonato al Telos sono venute delle mie amiche sposate e con figli che non frequentano gli squat... Avevano remore ad appoggiarsi alle pareti – questa non l’ho mai capita - e qualche difficoltà nel pisciare accovacciate dietro ad una macchina in strada. Valle a capire!

Ho avuto modo di vedere dal vivo i Kalashnikov alcune volte e ho colto, correggimi se sbaglio, anche una certa parte che mi piace chiamarla teatrale. Sì, suonate sul palco, però date ampio risalto alla gestualità e al modo di muovervi. Sei d’accordo? Questo approccio può effettivamente aiutare a coinvolgere maggiormente i ragazzi e le ragazze che vengono a vedervi suonare?
Spesso scherzo con Stiopa sul fatto che “per fortuna non sono più gli anni Novanta”. Nulla contro gli anni Novanta, eh! Ho ascoltato tantissimo grunge, ho indossato maglioni marroni e pantaloni di velluto a coste beige, sì, ho detto beige... Ma aveva un senso ai tempi. Si arrivava da certi fichissimi “eccessi” del rock degli Anni Settanta e Ottanta e si voleva riportare l’attenzione sulla musica e sul malessere, sulla protesta e sulla rabbia ruvida e spontanea. La scelta di “non apparire” era comunque una scelta. Così come suonare su un palco come se fosse una sala prove scalcagnata con l’insonorizzazione improvvisata. Un modo per comunicare qualcosa attraverso il proprio corpo, il proprio aspetto e l’immagine che trasmettiamo all’esterno, la propria attitudine. E non è solo una questione di abiti, ma di muscoli, pelle e vene. Si canta, si suona con ogni singola parte del nostro corpo. Dal battito di ciglia al sudore che appiccica i capelli alla faccia. Suonare è dialogare. Un dialogo bilaterale che coinvolge due soggetti che non hanno ruoli così definiti, che possono cambiare e contaminarsi in modo reciproco. L’assenza di palco aiuta moltissimo in questo. Non mi piacciono i gruppi che salgono su un palco scazzati o concentrati soltanto sull’esecuzione e che si dimenticano di avere delle persone davanti. O addosso! C’è della teatralità sul palco? Per forza. Sentiamo – nel senso emozionale, fisico e persino politico – quello che stiamo facendo, dove lo stiamo facendo e con chi sta accadendo. Celebriamo ogni attimo.

Altra cosa che mi ha impressionato molto è la cura che mettete nelle vostre release. Lo split con i Contrasto è un chiaro esempio di ciò: realizzato con estrema eleganza e finezza ma allo stesso tempo con quel tocco minimal. Sei d’accordo? Quanto conta a parere tuo che un disco si “presenti bene? Non dico tanto in termini di vendite, quanto per ciò che la band vuol comunicare attraverso esso?
Anni fa ho scritto un lunghissimo articolo su Nihilisimi su copyright, diritto d’autore e chimere varie che si chiama “Dalla dittatura della materia al feticcio del supporto”, in cui racconto come la pirateria o il download illegale non abbiano mai minacciato la musica, ma semmai la commercializzazione della stessa. Anzi... Sono convinta che abbiano contribuito a far rinascere la musica! Le band hanno ricominciato a suonare dal vivo. Suonare dal vivo ti obbliga a vivere la musica, il palco e il pubblico faccia a faccia. Ridare importanza e ritrovare valore in ciò che si fa. Stesso discorso per il supporto, l’oggetto fisico. Se le canzoni cessano di essere un prodotto, ma qualcosa che decidiamo di acquistare perché per noi ha un grosso valore, perché è qualcosa che vogliamo “custodire” (la differenza tra essere consumatore e fruitore - collezionista) è chiaro che diventa importante la forma in cui si presenta. Gli album dei Kalashnikov sono come sinapsi che collegano occhio, orecchio, cuore e tatto. Ma per questa cosa – il perché e il come – ritengo opportuno interpellare anche gli altri.

Ah, ho pensato di rispondere a queste domande potendo richiedere un “aiuto a casa” quando lo ritengo necessario! Spero ti vada bene, altrimenti fa niente perché ormai ho deciso così. Immaginami come una cartomante che sfodera un tarocco arcano all’occorrenza.

E infatti ora scopro la carta Stiopa e la carta Sarta!

Stiopa. Eccomi! Da una parte c'è un'idea di cura, che ha a che fare con la passione che mettiamo nel fare la nostra musica, e che viene spontaneo trasferire anche in ciò che sta attorno alla musica, per esempio negli artwork nei nostri dischi. E poi c'è un discorso di significato: se cerchiamo di esprimere qualcosa con la musica perché non farlo anche con gli artwork? Mi sembra tutto così semplice! Molti dicono, per tagliare corto, che in un disco l'unica cosa importante è la musica: è un'affermazione sbagliata! La cosa più importante in un disco - sebbene la cosa spesso non venga percepita e agisca più che altro a livello inconscio - è secondo me l'immaginario che trasmette. Certi dischi non sarebbero stati gli stessi senza QUELLA copertina; senza QUEL contesto socio-culturale; certe canzoni non sarebbero le stesse senza QUEL testo; certi testi non sarebbero stati gli stessi senza QUELLA persona a cantarli... Ecc. ecc. ... Insomma quello che sta intorno alla musica è importante quanto la musica.

Sarta. Grazie per i complimenti! In un disco la copertina e, in generale, tutto l'artwork sono fondamentali. Non tanto per una questione di “vendite” (in tutti questi anni, nonostante la cura che mettiamo nei nostri album, non siamo ancora diventati ricchi, eheh...) ma per quello che dicevamo prima, ovvero per aiutarti ad immaginare qualcosa che vada al di là della semplice musica. La copertina di un disco indirizza inevitabilmente il tuo immaginario, ciò che ti viene in mente quando chiudi gli occhi e lo ascolti. E così tutto il resto che ci sta dentro: parole, disegni, i materiali con i quali è fatto, il modo con il quale il disco si lascia esplorare progressivamente alla nostra comprensione. In passato, forse più di adesso, riflettevamo anche molto sul “reinventare” i packaging dei nostri dischi, per rifiutare la serialità della catena di montaggio industriale, che spesso è anche causa di una scarsa fantasia nel concepire i cosiddetti “prodotti artistici”. Ad esempio “Dreams For Super-Defeated Heroes”, nella sua prima stampa, è una specie di digipack che si apre a croce greca e dove ogni aletta ha un foglio a fisarmonica che a sua volta, sul fronte e sul retro, rivela una serie di composizioni con immagini e parole: in questo modo ciascuna ala della confezione racconta una storia, una canzone o una sfaccettatura del disco stesso che è fatto appunto dalle singole storie dei “supereroi-supersconfitti”. “Living In A Psycho-Chaos” si apre a libro, con due ante, ciascuna delle quali accoglie un robusto libretto: il primo affronta il concept generale del disco da un punto di vista più “emotivo”, attraverso la formula del racconto, il secondo da uno più “razionale”, attraverso lo strumento del saggio: abbiamo utilizzato questa estrema chiarezza nell'architettura concettuale dell'album quasi come contraltare al caos psichico a cui si fa riferimento nel titolo. Il disco split con i Contrasto, intitolato “Come Una Chiesa Bombardata”, è invece una riflessione sulla guerra e un elogio della diserzione: come dici tu in effetti è più essenziale rispetto ai nostri precedenti dischi, perché probabilmente siamo riusciti a mettere meglio a fuoco il concept anche dal punto di vista grafico, grazie alla bella trovata grafica di Stiopa di inserire le foto di guerra in bianco e nero nell'azzurro terso del cielo utilizzando la pratica del collage. La cosa, se vogliamo, è doppiamente interessante perché si tratta comunque di uno split tra due diverse entità ma che, nonostante questo, sono riuscite a dar vita ad un disco chiaro e compatto nei temi senza rinunciare ciascuno alla propria identità.


Nell'intervista alla fanzine “Lungidame”, si parla delle vostre uscite come dei veri e propri concept album. Ti va di parlarcene un po'? Le varie uscite hanno un filo conduttore, oppure ognuna di esse è slegata l'una dall'altra? Credete in futuro di continuare su questa linea, oppure vi cimenterete in altro?
Per questa domanda invoco l’aiuto di Sarta! Non me la sento di parlare per ciò che hanno fatto prima di me e so che lui ci tiene tantissimo alla discrezione su ciò che verrà e dal momento che non voglio che mi picchi – devi sapere che sono tutti molto cattivi e soprattutto violenti – giro la domanda a lui. Sarta! Io ti invoco!

Sarta. Eccomi... Compaio! Credo che il bello dei dischi, in fin dei conti, sia che mettono in moto la nostra immaginazione: i dischi più belli ci spalancano davanti agli occhi interi universi, ci evocano visioni sorprendenti e riescono sempre a suggerirci qualcosa di interessante. È un meccanismo creativo sottile ma importantissimo! Per questo abbiamo sempre cercato di conferire ai nostri album un'atmosfera e un sotto testo concettuale che li rendesse unici. Dopotutto, perché non dare un senso al fatto che quelle tot canzoni si trovano incise tutte quante su un unico supporto? Cercheremo sempre, anche in futuro, di arricchire di significati i nostri album non solo attraverso la musica ma anche con parole, poesie, illustrazioni, racconti e qualunque altra cosa ci venga in mente. Inoltre, potrà sembrarti banale, ma per noi è stato molto interessante sperimentare le diverse lunghezze dei vari supporti musicali, dai 10 minuti del 7'' ai 70 e oltre del cd: quando fai dischi brevi, come sono stati gli ep “Vampirizzati Oggi”, “La Città Dell'Ultima Paura” o anche lo split con i Contrasto “Come Il Soffitto Di Una Chiesa Bombardata”, riesci meglio a mettere a fuoco un concept, a dare un contorno preciso all'idea di base e a comunicarla efficacemente attraverso le canzoni; invece nei dischi più lunghi, che necessitano anche di più tempo per essere realizzati, abbiamo scelto sotto testi concettuali più generali, che lasciassero maggior libertà, per evitare il rischio di annoiare (e annoiarci) a raccontare sempre le stesse cose. È per questo che ogni disco dei Kalashnikov si occupa di temi sempre diversi, benché gli spunti partano sempre dalla nostra cultura di matrice pop e libertaria. Progettare dischi è una sfida che riesce sempre ad accenderci: anche il prossimo avrà naturalmente un concept, potrebbe forse costituire una specie di punto di arrivo di un discorso iniziato anni fa con “Romantic Songs Of Dissidence”, però, come ti diceva prima Valeria (e non è vero che sono violento, lo ero solo con il nostro ex-batterista Loky ahah), il tutto è ancora segretamente in elaborazione nel nostro quartier generale...

I vostri testi, sempre riferendomi all'intervista su “Lungidame” vengono considerati delle vere e proprie poesie in musica. Come avviene il processo della loro creazione? Partecipate tutti attivamente oppure è solo una “penna” a scriverli? Secondo te, come mai molte persone li definiscono poesie?
Da quando ci sono io credo che le cose siano un po’ cambiate. Credo che prima fosse tutto più definito. La maggior parte dei testi li ha scritti Stiopa se non erro. Ora ci si contamina tanto. A volte durante le prove canto un verso e davvero non mi ricordo se l’ho scritto io, lui o Sarta. A volte mando in piena notte mail deliranti piene di parole senza una struttura o una metrica e Stiopa riesce a dargli una forma. Altre volte partono loro con un paio di versi e io proseguo seguendo quella struttura, che è la roba che preferisco... Perché diventa un gioco. Il gioco della poesia, appunto. Trovare la giusta combinazione di parole che diano origine ad un’immagine e producano un’armonia di suono e senso. Le stesse parole messe in ordine diverso non producono lo stesso effetto. Un articolo, un aggettivo o persino un avverbio, possono trasformare le parole in poesia. Nessuno sa cosa sia la poesia. Non da quando esiste il verso libero. Prima era poesia ciò veniva scritto in metrica, poteva essere bello o brutto ma era definita tale poiché inserita in una struttura definita fatta di terzine, endecasillabi, rime e quant’altro. Ora è solo una questione di magia. La magia di riuscire a creare un’immagine, definire un’emozione come mai è stato fatto prima o liberare un sogno inibito o dimenticato.
I testi dei Kalashnikov sono la prima cosa che mi ha colpito, oltre all’assoluta libertà da ogni vincolo di genere (musicale) e la (bella) complessità della struttura delle canzoni. L’altro giorno ho ascoltato accidentalmente qualche pezzo più o meno famoso alla radio... Che noia! Quanta banalità. Nessuno che parlava di catastrofi semantiche o mesmerismo! Ahahah. Però se si parla di testi e doveroso richiamare in causa Stiopa, poi basta. Gli ho promesso che non lo disturbo più.

Stiopa. Rieccomi! Sì, diciamo che a parte alcune eccezioni (un paio di canzoni Sarta e una Milena) i testi dei Kalashnikov li ho scritti io finora, ma nel prossimo disco invece sarà più uno shakeraggio tra cose scritte da me e altre scritte da Valeria, e dopo quasi vent'anni è un fatto positivo trovare persone nuove che diano il proprio contributo in questo senso . Quando secoli fa è nato questo gruppo la nostra idea era quella di suonare musica punk uscendo dagli stereotipi del genere... Ovviamente senza rinnegarlo perché il punk, con tutto ciò che di "politico" ci sta di mezzo, è la cultura e il contesto in cui siamo cresciuti... E il fatto che viviamo ancora immersi in questo mondo, suonando, organizzando e vivendo quotidianamente la scena punk diy, dimostra che ne siamo stati profondamente segnati. Però ad un certo punto abbiamo detto: basta con i soliti slogan! Si può trasmettere quello stesso senso di ostilità alla società/sistema/vita quotidiana ecc. ecc... Senza cadere nei luoghi comuni, nel già detto/sentito. Per questo ho scelto questa via di scrittura dei testi; che poi qualcuno le definisca poesie, boh, mi fa piacere! Non capisco fino in fondo che cosa significhi, ma sicuramente ha a che fare con l'emozione, la sensibilità e la passione di ciascuno, e questo... E' bello!

I Kalashnikov si muovono all'interno del circuito dei centri sociali o comunque in contesti ad esso affini. Come ti trovi al loro interno? C'è qualcosa che ti piacerebbe cambiasse e perché?
Non mi immagino a suonare in posti diversi. Ma neanche a bermi una birra in un pub mi fa sentire completamente a mio agio. Mi è successo di recente di essere andata fuori a mangiare e di essermi messa a spostare tavoli e apparecchiare per fare un’unica tavolata per tutta la gang che si era adunata – a volte sembriamo una piccola legione di soldati sbandati, talmente siamo in tanti. Il personale del locale mi ha guardato come se fossi stata un’aliena. Non sono abituata ad essere “cliente”. Essere servita in cambio di un prezzo stabilito. Arrivare in un posto, pagare un biglietto e stare lì a guardare come se fossi al cinema. Dopo un po’ mi annoio. O sto in un angolo e bevo tantissimo fino a quando non comincio a tollerare la normalità e così riesco ad interagire con le persone, o preferisco stare da sola o passeggiare in un bosco! Ho bisogno di un ruolo. Ho bisogno di partecipare. Di essere parte di qualcosa. Non mi piace essere una “passeggera” al traino. Mi piace l’idea di poter dare una mano a chi è dentro l’organizzazione, perché spesso non c’è distinzione tra chi suona, organizza ed è “pubblico”.
Cosa cambierei del contesto? Vorrei che ogni spazio occupato fosse immune agli sgomberi. Libero dalla paura. Ma lo vorrei ovunque. Nelle scuole, nelle strade, nei palazzi... Aaaaargh! (cit.) Lo spazio occupato autogestito dei miei sogni è anche quello spazio che non ha “paura” di uscire dalle mura e da quella zona franca che si crea a volte, capace di creare un conflitto permanente con la realtà che ci circonda, ma che sia anche radicalmente presente nel territorio e che sia di supporto agli ultimi, agli sbandati, ai lupi solitari, a chi ha perso la rotta, a chi non sa più cosa sognare o per cosa combattere. Tutto questo, senza che gli si debba chiedere se ha la scheda militanz timbrata in ogni sua casella. Apertura. Apertura e poi dialogo. E se non c’è dialogo o si scopre che c’è vacuità o bruttura dell’anima, calci in culo e dimentica il mio nome. Eheheh! Perché se ci “chiudiamo” e non accogliamo l’imprevisto, se combatteremo solo le NOSTRE battaglie, succederà che lasceremo le strade e le città a quelle merde fetide di Casa Pound e simili che attraverso il populismo stanno ricominciando a rendere “normale” la loro presenza, le loro espressioni e i loro simboli. Cosa c’è di male a dare il pane agli indigenti e protestare contro la sperimentazione animale? C’è di male se a farlo sono dei fascisti che USANO determinate lotte per rendersi accettabili agli occhi dell’altro e hanno colmato un vuoto, rispondendo ad un bisogno. Quello che cambierei del contesto è forse questo: c’è un corteo importante e grosso – che ne so - contro la costruzione di un muro sul Brennero, ma non vado e boicotto perché tra gli organizzatori c’è uno che una volta ha rilasciato un’intervista per un giornalista che una volta ha partecipato alla festa di raccolta fondi di quel gruppo ambiguo che non prende posizione? Sto sbagliando. Credo che il Movimento No Tav, ci abbia insegnato proprio questo. Il movimento anarchico dovrebbe prendere parte – coi propri valori, con i propri strumenti – alle grandi lotte socio-economiche e politiche. La politica istituzionale è merda, certo... Ma non possiamo fingere che non ci riguardi. Ma soprattutto non possiamo lasciare che i fascisti (dove per fascismo intendo ogni forma di prevaricazione e imposizione di un forte su un debole e il tentativo di estirpazione o conformazione della diversità) o movimenti populisti in cerca di voto e “like” su Facebook colmino quel vuoto. Questo dal punto di vista politico... Dal punto di vista di logistica / concertistica e più dettagliatamente sul concetto di “scena”, invoco la carta del Nonno!

Nonno. Mah... A livello di "circuito" io mi trovo ovviamente bene, nel senso che è quello in cui mi trovo più a mio agio. Poi ovviamente sono le persone a fare la differenza, quindi ci sono alcuni centri sociali più abbestia e disagevoli per suonare e per di più in Italia ed in altri dove "centro sociale" non è sinonimo di lercio, bagni sfondati e disagio. Vorrei forse cambiasse l'eterna equazione: “centro sociale” = non pretendere un cazzo ne’ a livello di ospitalità, ne’ di strumentazione ecc. ecc.

Il circuito punk hardcore, sebbene si fregi di essere anti sessista e comunque promotore della parità tra uomo e donna, molto spesso viene a contatto con persone non propriamente in linea con questa mentalità. Cosa ne pensi? Ti sei mai sentita discriminata per il fatto di essere una ragazza? Credi che le ragazze abbiano un ruolo importante all'interno della scena? Io uso il termine “scena”, ma in effetti non so se a te piaccia oppure no...
Per rispondere a questa, ti devo parlare di Lisa (Synth). Prima di esserle amica credevo che la parola “femminismo” fosse una parolaccia o qualcosa di cui non avevamo più bisogno. Lei mi passa i libri giusti, mi ha fatto notare cose che non vedevo. Mi ha insegnato anche a non considerare l’essere donna come una debolezza. In passato ho negato la mia femminilità e mi sono sentita in perenne competizione con gli uomini. Ho fatto la cameriera-barista per mille anni. Ho dovuto imparare presto a gestire commenti non richiesti, viscidume, avance di ogni sorta. A muso duro. Ma come fare altrimenti? Viviamo in un cazzo di mondo in cui determinati uomini ritengono sia un loro diritto provarci con una cameriera, una commessa o una che sta lì e ti sorride e ti parla perché magari è soltanto gentile. “Eh, ma le faccio un complimento”. Col cazzo. Prima di andare a lavoro sceglievo i vestiti meno appariscenti e meno femminili che avevo. Celare il corpo. Il mio corpo. Il mio aspetto fisico. Ed io maledico chi ha reso la nudità qualcosa di osceno. O ha fatto passare il concetto che un sorriso equivalga ad un consenso o il corpo della donna – la sua nudità – sia “pornografico”. Niente in contrario a certa pornografia eh, ma cavoli...
Questo è il mondo in cui viviamo. Donne che danno delle cagne ad altre donne e uomini che credono ancora di dover essere il sesso forte, immune alla fragilità – anche loro schiavi di certe dinamiche di genere. Evviva gli uomini che piangono, diocristo.
E quindi niente... Punto i piedi, stringo i pugni e rivendico il bisogno di sorellanza e anti-sessismo (e di ogni lotta contro la discriminazione di genere o orientamento sessuale), perché prima delle mie lunghe chiacchierate con Lisa vivevo il mio essere donna come un ostacolo. Non volevo accettare di essere considerata “diversa” dagli uomini. L’anti-sessismo della “scena” mi ha insegnato che la diversità non è inferiorità, ma una peculiarità. Nel movimento (o scena. A mio avviso non c’è scena senza movimento) ci sono donne meravigliose. Grandissimi cuori, forze sovraumane, menti preziose e caratteri dinamitardi. Con loro mi confronto sempre su tanti e diversi argomenti. E ci facciamo forza l’un l’altra su tante cose... Come per il lavoro. Spesso si parla del sessismo nella scena, ma cazzo... Io poi il lunedì vado a lavoro e mi scontro con un mondo che è fermo agli anni Cinquanta. Non esagero.


Cosa ti ispira dal punto di vista letterario e musicale? Ti rivolgi ad un filone ben preciso, oppure ti piace spaziare cercando sempre di scoprire cose nuove?
Come ho già detto, una delle cose che più mi ha colpito dei Kalashnikov è la loro libertà da ogni vincolo di genere. Riuscire a trasmettere la potenza del metal, l’epicità delle vecchie sigle dei cartoni animati giapponesi o la malinconia di certi canti popolari di guerra o resistenza. Facendo una sorta di analisi del periodo/grammaticale si potrebbe anche isolare gli elementi e attribuirgli un’etichetta, ma credo sia tempo perso. Quello che conta è l’emozione, il messaggio, l’immaginario fantastico ed emotivo che la musica può generare. E farsi contaminare è sopravvivenza, quasi a livello darwiniano di evoluzione della specie! Ahahah. Io so che ho cominciato ad essere un po’ più consapevole del mio strumento (voce) nel momento in cui ho smesso di cantare punk, e mi sono fatta contaminare dalla capacità espressiva e poetica di Patti Smith, la matematica divina delle variazioni di toni di Battiato, ai differenti registri di Nick Cave. E poi l’abisso emotivo della “Lacrimosa” di Mozart agli strilli esagerati e super virtuosi di certa lirica.
Stessa cosa per la letteratura. Parola d’ordine: contaminazione. Ho studiato Lettere e per anni sono stata convinta che tutto ciò che era di “genere” fosse da considerare letteratura di seconda scelta (o addirittura paraletteratura). Beh, ho scoperto con gli anni che il mondo della fantascienza, per esempio, è capace a volte di smuoverti e farti riflettere molto più di “slogan” diretti. Lo stesso discorso che ha fatto prima Stiopa per i testi. Se ti dico “inquinare è sbagliato” ti sto dicendo cosa pensare o cosa provare. Sto cercando di imporre la mia visione. Se ti racconto una storia di fantasia, che inizialmente crea una sensazione di straniamento e alienazione, quello che proverai sarà tuo e soltanto tuo. Vissuto sulla tua pelle, perché tue sono le emozioni originali che ho suscitato attraverso la finzione narrativa. Penso a Miyazaki. I suoi anime sono, credo, le più potenti urla di protesta sulle tematiche ambientaliste. Dalla Principessa Mononoke e Pom Poko. Non ho mai visto qualcosa di più chiaro, d’impatto e fruibile sul concetto di devastazione ambientale di quella storia raccontata attraverso gli occhi dei tanuki (procioni). O niente di più capace di far capire le meccaniche subdole e terribili della dittatura come i Visitors. Sì, la serie degli anni Ottanta coi lucertoloni!
In questo credo sia davvero esemplare il Don (tastiere) che oltre ad essere assiduo frequentatore di un blog musicale che rasenta la perversione di Stiopa, davvero è capace di spararti un brano di Hendel o la colonna sonora di uno spaghetti western durante il soundcheck.

Ti è mai capitato che qualche ragazzo o ragazza a fine concerto venga da te e ti rivolga delle domande su quello che hai appena finito di fare sul palco? Ti piacerebbe ispirare un qualcosa di concreto per migliorare la vita di chi ti viene ad ascoltare?
Oh, sì. In realtà capita spesso, ma la cosa diventa piuttosto imbarazzante perché io parlo dei Kalashnikov ancora da "seguace" e non come parte in causa... Col rischio di sembrare autoreferenziale e in cerca di proselitismo. E quindi magari c'è gente che si avvicina per dirmi che gli è piaciuto quello o quell'altro album e io dico quali sono le mie canzoni preferite, quelle che mi hanno colpito di più o che bella la copertina di quello o quell'altro disco. Oppure parto con il mio fiumiciattolo di parole di inquietudine, paranoie e insicurezze su come ho fatto quello o quell'altro pezzo. Delle parole che ho sbagliato o di quell'attacco non proprio intonato, tutto questo in cerca di conforto!
Ultimamente le conversazioni hanno come soggetto i nostri tour folli nei Paesi dell'ex blocco sovietico. E lì non mancano mai gli aneddoti! Oppure ci sono tanti - soprattutto donne - che mi chiedono come si sbraita senza farsi andare via la voce o sembrare gabbiani isterici. E allora comincio a parlare di pavimento pelvico e del metodo Willfart di canto, senza avere la più pallida idea di quello che dico, dal momento che ho frequentato solo tre lezioni di questa scuola di yoga-respirazione-canto che però mi ha insegnato a farmi passare il singhiozzo.
Cosa mi piacerebbe trasmettere? Ecco... L'assenza di pudore e vergogna che ho avuto nel provare a cantare e unirmi ad un collettivo punk anarchico superati i trenta, senza mai aver cantato prima. Come si diceva in Rocky Horror Picture Show... “Don't dream it, be it!” Anche se “be it” a volte vuol dire mangiare roba indefinita in contenitori dubbi, avere il cagotto per la birraccia e i superalcolici scadenti o prendersi microfonate in faccia o manici di chitarra nell’occhio.

Ti è mai venuta la voglia di cominciare a creare musica per un progetto parallelo ai Kalashnikov? Se sì, cosa ti piacerebbe suonare? Oppure ti senti totalmente appagata da ciò che stai facendo con loro?
Credo che mi mancherebbe concretamente il tempo di cantare o suonare in un altro gruppo. Anche se sto imparando a suonare la chitarra col chitarrista dei Drunkards con cui ho un principio di progetto che è ancora a livello germinale. Roba di duo acustico folk cantautoriale, che mi ha fatto scoprire quanto sia difficile cantare solo con una chitarra - pulita - di accompagnamento. Cosa che avevo più o meno sperimentato col progetto acustico dei Kalashnikov. Insomma... Abbiamo già un nome, ma c'è ancora tanto tanto tanto da lavorare, poiché è un modo di cantare completamente diverso. Così come registrare in “studio” – che poi è la camera da letto di Sarta - o esibirsi dal vivo tra impianti improvvisati, schiamazzi, fischi e distorsioni.
E poi mi piacerebbe fare qualcosa (più grezzo-crust-viulento) con alcuni miei amici che abitano a meno di un km da casa mia, tra cui Arca (Miseria, Motron e Pioggia Nera) e la Ska (la sua compagna). Non c’è nulla di più bello di viversi le prove, i viaggi e i concerti con gli amici. Ed è la cosa più divertente che si possa fare dopo sbronzarsi senza alcuna motivazione apparente. Ma è un discorso connesso soprattutto ai legami che ho con queste persone, non una ricerca di compensazione artistico-musicale. Ti voglio bene? Facciamo insieme quello che ci piace fare! Anche perché i nuovi pezzi dei Kalashnikov sono ancora più “liberi” da ogni vincolo di genere da quelli precedenti. In un pezzo sperimentiamo il ritmo della samba! Ahah. E poi abbiamo tante tante cose in cantiere che vanno oltre la musica. Ma mantengo il segreto.

Leggo sempre da “Lungidame” che essendo tu una pendolare viene esposta quotidianamente alle chiacchere spesso assolutamente insulse di chi ti siede a fianco. Mi ha fatto sorridere il fatto che indossi le cuffiette per non sentire i loro discorsi e lo fai pure a lavoro. Volevo chiederti se la forza della musica sta anche in ciò, cioè nel creare una sorta di barriera protettiva contro le cose che non ci piacciono...
Beh, per forza. Hai idea di cosa sia viaggiare su un mezzo pubblico strapieno all'ora di punta che porta noi provinciali a lavorare nell'operosa e frenetica Milano? Hai presente i discorsi che fanno le persone normali? Come si dice... L'inferno sono gli altri. Io ho davvero perso il conto delle volte che ho litigato in cassa al supermercato, in coda dal medico o su un mezzo pubblico all'ennesimo discorso razzista-qualunquista e ignorante. Ripeto: abito nella provincia di Varese. Lavoravo a Milano. Siamo tutti sempre incazzati e di corsa. Nessuno ti sorride nel servirti un caffè alle otto del mattino in un bar. Nessuno ti chiede come stai o ti augura una buona giornata quando compri il pane! Mica siamo in Romagna. Ahahhaa. Se sei in coda alle poste e c'è uno straniero, matematico che qualcuno comincerà a far commenti del cazzo. Se uno è troppo tatuato o ha troppi piercing in faccia verrà chiamato "zecca" o "barbùn". Da queste parti la destra è la normalità. L'estrema destra un dato di fatto tollerato. Con il tempo è diventata per me una necessità isolarmi dalla realtà che mi circonda. Almeno dal punto di vista acustico. Una volta ho tirato un coppino ad uno sconosciuto intanto che frequentavo un corso di aggiornamento. Una volta ho strappato tutti i manifesti contro gli "stranieri negli alberghi" presenti nella mia piccola - e meravigliosa - Tradate e li ho buttati sul banchetto dell'associazione cagona e xenofoba che li aveva diffusi. Non ti dico che belle parole che ci siamo detti... Il punto è che perdo facilmente la pazienza. E non riesco a stare zitta. Insomma - è chiaro che la musica non sia solo questo - ma credo che sia meglio ascoltare i Black Sabbath piuttosto che assomigliare alla gattara matta dei Simpson - versione riottosa e polemica.

So che ti piacciono molto i gatti. Cosa ti appassiona di questi curiosi, strani e spesso totalmente menefreghisti animali? Credi che alcune loro caratteristiche si sposino bene con il tuo carattere?
I gatti sono la manifestazione più perfetta e assoluta del concetto di autodeterminazione. Non sono mai davvero "tuoi", tu non sei il loro padrone o la loro mamma. Sei la loro coinquilina. E se non gli piaci o non stanno bene con te, se ne vanno e cercano qualcosa di meglio. Ogni cosa che ti danno - fusa, lucertole o piccioni morti - ha un valore speciale. Non sentono alcun tipo di obbligo morale o riconoscenza nei tuoi confronti. Da loro dovremmo imparare ad amare senza possesso e a far del bene senza volere qualcosa in cambio. In loro convive il bene e il male tipico della selvatichezza. La forza e la crudeltà della Natura. La bellezza e la sensualità della Dea! Un minuto prima sono dei cosi caldi, appallottolati e struscianti sul tuo corpo e il minuto dopo hanno le fauci sporche del sangue di una preda che hanno torturato a morte! Carini. E poi sono morbidi. E anche buffi. Proprio per tutte quelle arie che si danno... Quando "sbagliano" o li cogli in momenti poco edificanti - tipo quando fanno la cacca - hanno quell'aria indispettita e allo stesso tempo imbarazzata intanto che fingono che non ci sia nulla di volgare in ciò che fanno. I video dei gattini su internet vanno forte perché tutti vogliamo credere in divinità imperfette. Più simili a noi. E poi sono morbidi. L'ho già detto? Eheheh!


Mi daresti un’opinione su come viene gestita l'immigrazione in Italia ed in Europa in generale?
E cosa posso dire? Cosa posso dire di un mondo che costruisce muri come nel medioevo per bloccare le persone che fuggono dalla guerra? Dalle nostre guerre. Siamo popoli senza memoria. Che non hanno idea di cosa sia un conflitto violento, che non ricordano che la guerra colpisce tutti. Che chi scappa non è necessariamente povero, ignorante o disperato. Che in quelle case distrutte del centro città di una Damasco devastata, ci abitavano pure architetti, politici, estetiste, studenti, designer e pezzi di merda in carriera. Che quando sei sotto assedio da anni, non esiste più alcuno status sociale. Sei vittima, carnefice o uno che scappa. Punto. Con tutto ciò che comporta essere un fuggitivo, dalla condanna (e il sospetto) del ricco Occidente se hai uno smartphone in mano o all’accusa di essere un vigliacco perché non stai a casa tua a lottare. E poi chi resta e lotta, che cos’è? Un criminale. Un assassino. Eppure è la Storia che ce lo insegna. La cieca e avida opulenza di una società chiusa e parassita – come il DNA marcio di nobili famiglie che si riproducono tra cugini per non perdere i privilegi – è destinata ad essere schiacciata dalle orde di bastardi, selvatici, adatti al mutamento e predisposti alla resilienza. Ogni forma di rigidità ci renderà soltanto più fragili. Ogni muro verrà travolto. Europa e Stati Uniti hanno già perso. Ogni forma di difesa della Patria o conservazione dei privilegi del borioso Occidente, risulta come il goffo tentativo di un pugile sovrappeso e col cervello in pappa per i troppi cazzotti, che cerca di sconfiggere Bruce Lee! O smettiamo di fare guerre. O accettiamo che non esistiamo più solo noi nel mondo o dobbiamo essere disposti ad aprire i confini, le città e i nostri cuori. Senza buonismi, ma semplicemente con empatia e buon senso.

Della situazione politica, economica e sociale del nostro paese cosa ne pensi?
Partendo da un discorso sulla radicalità, dopo un corteo a Torino – in cui mi aveva colpito il “servizio pulizia” in coda – e ascoltando “Tornare Ai Resti” dei Contrasto, con alcuni amici avevamo constatato come le uniche possibili vie di inasprimento ed evoluzione del conflitto con l’esistente sono due: la zappa o il fucile. Dove per “fucile” si intende l’uso della violenza e per “zappa” invece il ripiegamento nella lotta privata e quotidiana. Fatta di scelte. Come cercare di non alimentare il consumismo sfrenato grazie all’autoproduzione o non mangiare carne e derivati. Farsi i detersivi in casa, avere un orto, non accettare determinati contratti di lavoro. Il lato negativo della “zappa” è il rischio INTO THE WILD. Ovvero quello di isolarsi dal mondo e perdere il senso della realtà. Ecco... Io ci sono caduta rovinosamente. Non ho idea neanche di chi sia il ministro dell’economia. Non riesco a guardare un telegiornale o un talk show per più di dieci minuti senza cominciare a trovare seducente il fucile a scapito della zappa. Ed è brutto. Brutto perché il mio distacco non è molto diverso – nei fatti, sebbene con cause opposte – da quello degli indifferenti. Il mio “non votare” politico è lo stesso non votare di chi si astiene perché non sa neanche da che parte è girato. Quindi davvero non so cosa risponderti a questa domanda.

In questi giorni la Francia si è letteralmente bloccata a causa dell'approvazione della nuova riforma sul lavoro. Che opinione ti sei fatta? In Italia, quando fu approvato il Jobs Act, non ho visto tutta questa voglia di combattere... O forse sono stato un osservatore poco attento...
Sai una roba che mi manda sempre in bestia? Ogni volta che FUORI dal nostro Paese la gente scende in piazza e fa esplodere la rabbia, tutti stanno lì a dire quanto siano bravi e che è ciò che si meritano i potenti, sveglia Italia e litanìe varie. Dal parco Gezi in Turchia - con Repubblica che pubblicava le foto poetiche della protesta al tramonto - alla Francia in questi giorni (o come quando gli operai sequestrarono i manager della GoodYear) o persino Occupy Wall Street... Tutte le proteste, viste attraverso uno schermo, sono romantiche e condivisibili. Poi nella quotidianità, nel vissuto di tutti i giorni, andiamo a lavorare il primo maggio, facciamo la spesa la domenica e ci indigniamo per gli scioperi dei mezzi pubblici. Sbraitiamo per la bella Milano imbrattata dai black bloc, lo stesso giorno che gioiamo per i quintali di letame versati dai contadini francesi sui palazzi del potere.
La rivoluzione vista da vicino, puzza di sangue e fumo di cassonetti bruciati. Di bombolette di vernice spray. Di lacrimogeni e di sudore. Agli arrabbiati della domenica, il sangue e il sudore fa schifo.
Io non so se oggigiorno è ancora utile portare un milione di persone in piazza. Se queste persone fanno la loro passeggiata all'interno dei cordoni della polizia, dopo aver chiesto tutti i permessi necessari. Io non so se possano servire a qualcosa le faide sulla stima numerica dei partecipanti tra organizzatori e questura. Non lo so. Non lo so davvero. So, solo che quel che è certo è che non basta più. Per vie traverse che non ti sto a spiegare, mi è capitato di recente di conoscere il figlio del comandante Gregory, eroe della Resistenza ligure. Lui raccontava di cosa vuol dire crescere essendo il figlio di un rivoluzionario. I suoi racconti mi hanno fatto ridere e piangere allo stesso tempo. Tornata a casa sono andata a fare qualche ricerca. Beh, nonostante la vita difficile e cruda che si è fatto durante gli anni della guerra partigiana, il Comandante Gregory non ha mai smesso di stare - passami il termine - in mezzo alle palle del potere. Fino agli anni Sessanta, accanto agli operai e alle loro battaglie. O di una volta che bloccarono letteralmente Genova per impedire un convegno di neo-fascisti. Ecco...
Ha avuto una vita facile? No, di certo. Lo trattavano da eroe durante la resistenza o da criminale? Ma cazzo... Davvero vogliamo vivere in un Paese che non elegge il suo governo da oltre 5 anni e si scandalizza per una macchina bruciata durante un corteo? Il punto è che buona parte di quegli uomini e quelle donne che adesso etichettiamo come "vandali" sono gli stessi uomini e le stesse donne disposte a combattere per la loro e la nostra libertà. Sono quelli che non stanno a guardare. Siamo quelli che preferiscono perdere il lavoro piuttosto che lavorare gratis o in condizioni prive di dignità. Ho cambiato spesso lavoro, fondamentalmente perché ho un carattere di merda, ma soprattutto perché lavoro in quegli ambiti che vengono considerati "cool". Quelle robe hipster-yuppi che racimolano individui giovani e creativi. Gli sbattono in edifici sbrilluccicanti pieni di giocattoli e comodità ed in cambio chiedono SOLTANTO di non avere una vita fuori dal lavoro. Ecco... Fermiamoci un secondo a riflettere e domandiamoci chi tra i primi e i secondi, in casi estremi, sarebbe disposto a morire per la giustizia e la libertà.

Finito. Grazie del tuo tempo, e se ti va aggiungi pure ciò che vuoi...
Beh, per prima cosa grazie per queste domande che mi hanno obbligato a confrontarmi e "prendere posizione" su determinati argomenti che a volte sembrano così vasti e complessi da scoraggiare. Scusami per la logorrea. E ti saluto con il nostro grido di battaglia con cui spesso apriamo i concerti, ovvero: “Noi siamo i Kalashnikov e dichiariamo guerra alla disperazione!” Lottare contro la disperazione, sempre e comunque. Lottare fortissimo per la bellezza e l'amore. Siamo romantic punx, dopotutto. Miao!

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